“La libraia non è un lavoro che io faccio, è una cosa che io sono!” Nel giardino di Giorgia

Pochi giorni fa ho avuto il piacere di fare una chiacchierata con Giorgia Sallusti, la simpatica libraia che gestisce “Il Giardino del Mago”, piccola libreria indipendente del quartiere Montesacro.

Giorgia mi ha raccontato cosa significa per lei fare questo mestiere, che in realtà, come vedremo, non è un mestiere, ma un modo di essere, e tante altre cose che riguardano il mondo delle librerie indipendenti secondo la sua esperienza. Mi ha accolto in quello che posso definire un piccolo angolo di paradiso, dove all’entrata ho trovato come sempre il grande cartonato di Hagrid, pronto a farmi sentire a casa.

 Ecco qui quello che mi ha raccontato.

Come, quando e soprattutto perché nasce “Il giardino del mago“?

L’idea della libreria nasce anni fa: io leggo da quando ho tre anni circa e vivere in mezzo ai libri è sempre stata l’evoluzione naturale di quello che pensavo sarei stata. Ovviamente ho studiato, mi sono laureata, ho cominciato a lavorare, e non avevo un progetto chiarissimo di aprire una libreria perché la vita ti porta a dover fare altri lavori. Qualche anno fa invece, c’è stata la possibilità di partire con questa avventura: l’ho messa su, piccola, senza troppe pretese, l’ho progettata. All’inizio ci ho messo dentro tutti i libri che mi piacevano, gli stessi libri che avevo a casa io, tutto quello che mi sarebbe piaciuto leggere di più.

C’è una canzone che mi piace molto del gruppo romano Il banco del mutuo soccorso, che si intitola “Il giardino del mago” ed ho pensato che sarebbe stato il nome giusto, perché una libreria è un po’ come un giardino, con i fiori, soprattutto con le spine e con i rovi. Questo è un mestiere che io mi sono praticamente inventata da sola, perché non avevo mai lavorato in una libreria, e mi sono resa conto che in realtà non è un lavoro che io faccio, è una cosa che io sono, è difficile che io dica “Faccio la libraia”, quello che mi viene più istintivo dire è “Io sono la libraia!”

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2) Spesso si dice che i librai di librerie indipendenti pongano molta attenzione alle scelte dei propri clienti e cerchino di indirizzarli in base ai loro gusti. Per te è cosi? Come ti rapporti con loro?

È chiaro che in una piccola libreria indipendente, e sottolineo piccola, la scelta è limitata dallo spazio. Quindi chiaramente io non posso avere tutto e devo fare una selezione, partendo sempre dal mio gusto, perché è quello il terreno sul quale mi muovo meglio. Ci sono molti clienti che entrano semplicemente con l’idea di voler leggere un romanzo e a quel punto diventa divertente giocare con i loro gusti, le loro aspettative e con quello che posso fare io per loro. Molti sono clienti abituali, per cui comincio a conoscerli,  e a capire in quale direzione andare, se proporgli qualcosa di diverso, se cominciare a portarli un po’ dal mia lato, cercando di far sviluppare in loro un interesse per edizioni particolari o piccoli editori o cose che non si trovano con semplicità, che però hanno un valore letterario ed estetico diverso rispetto a quello che si trova più facilmente. C’è poi qualche cliente che ormai entra e chiede “Che cosa mi dai?”, si fida, e questo mi dà una grandissima soddisfazione e credo sia la cosa più bella di questo lavoro…e spesso ci azzecco!

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3) Quali sono i pro e i contro di gestire un’attività come la tua?

Il contro più grande è far quadrare i conti a fine mese, perché una libreria è un’attività che dà una grandissima soddisfazione perché è un lavoro molto bello, perché sei sempre a contatto con la tua passione, però con i libri non ti arricchisci. Il mercato del libro è un mercato particolare. Non ci sono tantissimi lettori forti, quelli che comprano ciclicamente i libri, quindi si fa più fatica perché le spese ci sono.

Un altro contro, che in realtà non è proprio un contro, è l’interazione umana che ogni tanto diventa particolare. Alcuni clienti sono strambi ed io mi diverto moltissimo con le richieste che mi fanno da “Avete libri normali?” a “Ah ma non era un bar?!” Il pro più evidente è che sono in un posto circondata dalle cose che amo. Ho tanto tempo per leggere, tanto tempo per fare ricerca su nuovi libri, su nuovi autori che non conosco o su autori che conosco poco e che posso approfondire. Ovviamente sono sempre lettrice come prima cosa. La cosa più bella poi è conoscere nuovi editori e farli conoscere nel mio piccolo. Io sono un’appassionata dell’oggetto libro, e stare seduta in una libreria e guardarli mi dà tranquillità, mi dà felicità fare quello che faccio, stare qui.E poi una cosa interessante alla quale prima non avevo pensato, che mi sta capitando sempre più spesso, è di conoscere autori, editori, gente che veramente si sporca le mani con questo lavoro, che ci crede tantissimo, che lo fa con fatica, con tanto lavoro sulle spalle, e questo ti dà soddisfazione. È come entrare in una specie di comunità ed è un po’ come sentirsi a casa, perché hai obiettivi comuni, che sono quelli di diffondere la buona letteratura.

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4) Cosa consiglieresti a chi si approccia a questo mestiere?

Tenuto conto del fatto che io questo mestiere me lo sono inventata, sicuramente, risposta banale, la passione per quello che si fa, proprio perché lo sforzo economico di arrivare a fine mese c’è. È un lavoro che devi fare per passione e con passione, sempre, ogni giorno e non fermarti mai. È una ricerca continua di nuovi libri, di nuovi autori, e per nuovi non intendo appena usciti, intendo nuovi per te, nuovi che non conosci. Consiglio di allargare sempre di più le proprie conoscenze, non fermarsi a quelle che sono le classifiche e i best seller o i nomi più conosciuti. Di leggere tantissimo, se si può anche libri in lingua, e di allargare il proprio mondo letterario il più possibile e di farlo piano piano, partendo dai propri gusti per andare poi verso terreni inesplorati. Non posso conoscere tutto. Ci sono infinite cose che io non so, infiniti paesi da cui arrivano autori che io non conosco. Quindi il consiglio è imparare, sempre.

5) Qual è il tuo libro preferito e l’ultimo libro che hai letto?

Il mio libro preferito da sempre e per sempre é The lord of the ring di J. R. R. Tolkien, è il mio libro del cuore, quello che mi porto sempre in giro, e lo rileggo in continuazione tutti gli anni da più di vent’anni. Nel corso degli anni però c’è sempre un libro che sta al secondo posto. In quest’ultimo periodo è La fortezza della solitudine di Jonathan Lethem, un libro meraviglioso, e credo sia uno dei più bei libri che io abbia letto negli ultimi dieci anni. Sto leggendo un’infinità di libri adesso, libri che leggo qua, libri che leggo a casa, libri che porto in giro. In borsa ho Elric of Melniboné di Micheal Moorcock, un fantasy molto bello. Nel frattempo sto leggendo Player one di Ernest Cline, che mi ricorda tantissimo la mia infanzia nerd e gli anni ottanta. Gli ultimi libri che ho letto sono di una piccola casa editrice romana che mi piace moltissimo, la Gorilla Sapiens e sono il divertentissimo Lascia stare il La maggiore che lo ha già usato Beethoven di Alessandro Sesto e  Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi di Carlo Sperduti.

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Finisce qui la mia bella chiacchierata con Giorgia, e parlare con lei mi ha lasciato, oltre che il buon umore, la speranza che se si crede davvero nel proprio sogno c’è la possibilità di realizzarlo. E la certezza che per i lettori appassionati, non c’è niente di meglio che farsi consigliare da una libraia attenta ed esperta. Se volete ricevere qualche consiglio da lei, la trovate in via Valle Corteno 50/52 , ad accogliervi con un sorriso e tante belle letture.

                                                                                                                                                     – FIORE

When in Rome, i migliori posti per leggere (secondo me)

«La prima cosa che la lettura insegna è come stare da soli.»
                                                                                       Jonathan Franzen

Bene, ma non benissimo.

Io personalmente amo leggere in compagnia se per compagnia si intende essere circondata da persone che fanno altre cose.

Leggere nei parchi, leggere nei bar, leggere nei ristoranti, leggere sui mezzi pubblici etc etc etc.

Prima dell’avvento degli hipster (deliziosamente spiegato in questo articolo “old but gold” firmato Oltreuomo), potevi farlo senza venire additato come quello che vuole fare l’alternativo a tutti i costi.

Oggi la situazione è più complicata, ma io me ne frego e mi auto-nomino veterana della “lettura in compagnia” da quando da bambina mi trascinavo dietro “La festa di Milly” il mio primo vero libro, scelto e comprato da me (con i soldi di mia madre) in libreria.

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Quindi, se nel mio articolo precedente vi ho indicato le mie librerie dell’usato preferite; in questo vi darò una dritta sui miei reading spots preferiti a Roma.

In ordine sparso come i miei capelli il lunedì mattina:

Plancino cafè, Via Bergamo 24.
Un angolino piccolo e confortevole nella movimentata Piazza Fiume. Dagli arredi colorati, ti fa respirare un’aria anni ’60. A mio avviso  ha un’ottima selezione di tè.

Libro a cui  mi fa pensare: Funny Girl- Nick Hornby

La casina dei pini, Viale di Villa Massimo 8/A.
Posto per nostalgici degli anni del liceo. Qui ti puoi sedere circondato da studenti intenti a disperarsi su formule di fisica e traduzioni di greco. Se fossi in voi qui punterei sui dolci.

Libro a cui mi fa pensare : Il giovane Holden – J.D. Salinger

Anticafè, Via Veio 4/B.
In Russia ho avuto modo di innamorarmi degli anticafè. Un concept di caffetteria dove paghi il tempo che trascorri all’interno e non ciò che consumi. Idea geniale per me che bevo ettolitri di caffè al giorno. Quindi non ho potuto fare a meno di prendermi una cotta per questo locale. Il must? Inutile dirlo: CAFFE’

Libro a cui mi fa pensare: Fuga da Bisanzio – Iosif Brodksij

Maxxi Cafè, Via Guido Reni 4/A.
Preparati ad essere circondato da fighi con il macbook. A mio avviso un angolo di estero a Roma…Veramente “more than meets the eye”! Perfetto per la stagione primavera/estate considerato il grande cortile ed il verde di cui si può godere. Tutto buono, ma la cosa migliore è il wi-fi.

Libri a cui mi fa pensare: D’amore si muore, ma io no – Guido Catalano

Civico 4, Via degli Zingari 4.
Bar accogliente davanti al quale sono passata per anni, giurando ogni volta a me stessa di entrarci. Farlo è stata una grande idea! Selezione di vini davvero speciale.

Libro a cui mi fa pensare: Amore prozac e altre curiosità- Lucia Extrabarria

Quindi lettori provate, uscite di casa… vi state perdendo un mondo di storie! E fatemi sapere quali sono i vostri posti preferiti.

-VIOLA

 

 

Biblioteche, che passione!

Oggi cominceremo un appassionante viaggio all’interno del meraviglioso mondo delle biblioteche! 

Il rapporto che io ho con le biblioteche è un “Odi et amo” che farebbe invidia persino a Catullo. Ciò accade forse perché il periodo in cui ne ho frequentate di più in giro per tutta Roma era quello della stesura della mia tesi di triennale – che mi portava a cercare libri introvabili ovunque – o forse perché talvolta – c’è da dirlo – i servizi bibliotecari non ti rendono la vita facile. D’altro canto però, escludendo la burocrazia, li trovo dei luoghi meravigliosi. Qui vi è nascosta – e neanche troppo in profondità – tutta la cultura di cui possiamo avere bisogno. Quindi alla fine, vince sempre l’amore.

Quando vi dico che sono un’assidua frequentatrice di biblioteche, non mento. Vi basti pensare che, per curiosità, sono andata a controllare nel mio portafoglio e mi sono accorta di avere ben 5 tessere di 5 biblioteche differenti. Non so quanti di voi possano vantare lo stesso primato.

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Le biblioteche sono posti perfetti per studiare e leggere. Ci sono dei ragazzi che ci trascorrono intere giornate con i compagni di studio, portando il proprio materiale (attenzione, non in tutte è così semplice introdurre i propri libri) e a volte non si rendono conto di essere  immersi fra scaffali che contengono milioni di pagine preziose.

Noi romani possiamo dirci fortunati perché, fra le tante di cui disponiamo, abbiamo la rete delle biblioteche del comune di Roma che fornisce più o meno ad ogni municipio un punto di ritrovo.  Qui infatti vengono realizzati sempre invitanti programmi culturali ogni mese, mettendo a disposizione degli utenti la possibilità di partecipare a presentazioni di libri o proiezioni di film, o di poter godere di uno sconto quando si partecipa a determinati eventi o mostre. Qui potete informarvi in merito a queste iniziative.

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Mi permetto di darvi qualche modesto consiglio sulle biblioteche presenti a Roma, o quantomeno di dirvi quali sono le mie preferite. Alcune le frequento molto spesso, in altre ci sono stata solo poche volte, ma sono state sufficienti per farmene innamorare.

La biblioteca Villa Leopardi (Via Makallè 9) è stata la prima biblioteca nella quale mi sono recata a 12 anni per prendere in prestito un libro per la scuola. Da allora non ho mai smesso di frequentarla. La struttura è immersa nel verde e crea un’atmosfera quasi bucolica. Per me è piacevolissimo ritrovarmi lì.

Anche la biblioteca Ennio Flaiano (Via Monte Ruggero 39) è fra quelle che frequento di più ed è fra le mie preferite. L’ho sempre trovata molto fornita ed è stato piacevole studiare qui, quando ne ho avuto l’occasione.

La biblioteca Angelica (Piazza di Sant’Agostino) è stata una scoperta fatta durante il periodo della stesura della tesi. La sua posizione centrale rende bello anche solamente andarci, per gli scorci che ogni volta offrono i vicoli di Roma. L’interno poi, con altissimi scaffali in legno, si è rivelato allo stesso tempo maestoso e accogliente.

Mi è capitato di frequentare anche la bibliomediateca dell’ Accademia Nazionale di Santa Cecilia (Via Pietro De Courbertin 30) – sempre per la mia tesi – ed anche qui è stato piacevole svolgere le mie ricerche, sia perché il materiale di cui ho potuto usufruire era molto esaustivo, sia perché era un luogo in cui si poteva studiare con molta serenità.

Queste sono solamente alcune delle biblioteche che conosco e che mi piacciono. Quali sono le vostre preferite?

-FIORE

Content editor: ma te di preciso che fai?

Una delle domande che mi sono sentita rivolgere più di frequente da quando ho intrapreso il mestiere di content editor è questa: ” ma te  di preciso che fai?”
Solitamente prima di rispondere sto zitta un momento e poi me la cavo con uno sbrigativo “so quella che scrive le cose per i social… tipo i blog.”

Semplice e indolore.

In realtà è qualcosina in più ed oggi proverò a spiegarvelo…o meglio vi proverò a spiegare quello che ho capito io!

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Inizierei dicendo che fare la content editor non  è mai stato il mio obiettivo, non sapevo manco che questo mestiere si chiamasse così. Non ho studiato, fatto tirocini, girovagato ecc ecc con il fine ultimo di diventare ” quella che scrive le cose per i social…”

Volevo fare la scrittrice (ma questo lo sapete già) o in alternativa infilarmi in qualche casa editrice.

Sebbene non avessi una direzione ben precisa  ho sempre avuto una certezza: mai e poi mai rinunciare a lavorare con le parole.
Mi sono lasciata naufragare a lungo: website dopo website, blog dopo blog, forum dopo forum.. trovando alla fine in questa figura, il content editor, un valido compromesso.

I requisiti? Buona scrittura+creatività+motivazione.

Così ho deciso e ci ho provato. Mi sono proposta per ogni singola offerta che ho trovato fino a che qualcuno non mi ha dato fiducia dicendomi di sì.

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Quindi… Non so precisamente come si diventa content editor – se non provandoci e succhiando tutto ciò che internet ha da dare – ma posso provare a dirvi, una volta per tutte, cosa fa:

Il content editor è un editore per il web. E’ colui/colei che gestisce tutti i contenuti testuali di un sito (post, newsletter, articoli ecc ecc.)  organizzandoli e dandogli una forma che risulti accattivante, con lo scopo di attrarre il lettore senza annoiarlo.

Scrivere in maniera scorrevole però non è tutto, è necessario avere una conoscenza dei linguaggi SEO e dei Word processor così da rendere più fluida e migliorare l’indicizzazione dei contenuti , ovvero il modo in cui i motori di ricerca riconoscono ed “interpretano” le pagine web.

Insomma…come un pomeriggio a giocare con i Lego, ma con le parole.

Ora, se sono riuscita a portarvi fino alla fine di questo post senza che vi siate distratti, allora sono brava nel mio lavoro (accetto nuovi clienti eh) .
In caso contrario fatemelo sapere, sono ancora in tempo per fare la scrittrice!

-VIOLA

PS: per chi fosse interessato ad un po’ di formazione vi segnalo questi corsi:

 

Quant’è bello andare in giro con le ali sotto i piedi: storia di una motociclista distratta

Ieri è uscito il nuovissimo singolo di Cesare Cremonini,“Poetica”. una romantica canzone d’amore, ma oggi sono qui per parlarvi di uno dei suoi più grandi successi del passato, di quando esistevano i Lunapop e c’era quel CD con la ranocchia in copertina con scritto Squérez, di cui sicuramente la maggior parte di voi avrà un bel ricordo.

Quello di cui sto parlando è 50 special. E sappiate che 50 special, per una persona che va in giro da anni in sella allo stesso cinquantino con cui ha vissuto mille avventure, è una canzone d’amore. Come tutti gli amori però, anche il mio con quello del mio motorino è molto travagliato, d’altra parte l’amore non è bello se non è litigarello.

Dobbiamo precisare però che quella del nostro Cesare è una Vespa e la mia no, che l’estate non sta avanzando e che nessuno (tantomeno il mio motorino) mi porterà in vacanza.

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Cesare andava in giro per i Colli Bolognesi, e per quanto io ami Bologna, devo dire che fino a lì con il motorino non mi ci sono mai spinta. Dal mio canto io mi ostino a girare per Roma, perdendomi in continuazione appena esco di cinque metri dal raggio del mio quartiere, ed è sempre un’avventura nuova. Sì perché i cinquantini non è che possono fare tutte le strade. La tangenziale ad esempio, è bannata. Quindi devi trovare con il tuo navigatore la strada migliore, e cerchi di non dannarti a pensare che se avessi potuto percorrere l’altra strada ci avresti impiegato dieci minuti, e invece facendo il fantomatico “giro di Peppe” ce ne stai impiegando il triplo. Ovviamente, se sei una ragazzetta un po’ distratta come me, ti perdi pure con il navigatore.

Un altro grande problema che il nostro amato Cesare non evidenzia, è la palese problematica che si trova a dover risolvere un motociclista d’inverno: PIOVE, CESARE. E lo sappiamo che l’estate per te avanza, ma qui già sta iniziando a piovere, e non ti dico come bisogna attrezzarsi ogni volta con cappotti e impermeabili vari, che al confronto una cipolla ha pochi strati.

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E niente Cesare alla fine lo sai qual è l’unica vera cosa che abbiamo in comune  io e il te di vent’anni fa ? Che c’abbiamo il motorino ma non qualcuno che si vuole fidanzare con noi. Mo chissà se sta ragazzetta di Poetica un giro in moto glielo fai fare, ma comunque sotto la pioggia, senza benzina, con le gomme a terra, il mio motorino non lo cambierei con nessuno al mondo.

Grazie Cesare per averci regalato la prima ed unica vera canzone d’amore dedicata ai motociclisti, perché poi quando esce il sole c’hai proprio ragione, ma che ne sanno questi automobilisti di quanto è bello andare in giro con le ali sotto i piedi?

                                                                                                                                                      -FIORE

Scuole di scrittura: ecco cosa ho imparato

Pochi giorni fa ho letto un articolo su Linkiesta che mi ha fatto venire voglia di parlare di scrittura.

Scrivere è un destino incantevole e spietato che io ho sempre avuto la presunzione di dover compiere.

Mi sono dedicata a questa nobile arte – che molto prende e (spesso) poco dà – convinta che il luogo comune secondo cui “sei uno scrittore solo se qualcuno ti legge” non fosse vero.

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Il mio rapporto con la scrittura è la mia più grande contraddizione: vorrei fare la scrittrice, ma non ho mai veramente pensato di poterlo diventare. Non tanto perché io non mi fidi delle mie capacità quanto per uno scetticismo nei confronti di quello che il mondo editoriale oggi richiede per avere – se non successo- quantomeno una chance.

È per questo che non ho potuto fare a meno di incuriosirmi quando ho iniziato a sentir parlare  in maniera sempre più diffusa  delle scuole di scrittura creativa.

La domanda che mi sono posta è una ed è semplice: scrivere può essere insegnato?

La risposta a questa domanda mi ha sempre fatto venire in mente un’analogia con la psicoterapia.
Sono stata in terapia per cinque anni e tuttora non so se mi sia effettivamente servita a qualcosa. Forse frequentare un corso di scrittura creativa è la versione umanistica di una seduta dallo psicoterapeuta.

Magari è solo un confortevole effetto placebo per le nostre aspirazioni.  

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Tuttavia mi sono detta: you’ll never know ‘till  you try! Dunque nel marzo di quest’anno ho deciso di provare ad entrare alla Scuola Holden , rinomata accademia torinese che sembra promettere un brillante futuro ai suoi allievi .
Non mi dilungherò sul contenuto delle prove, dirò solo che  Il test alla fine mi ha visto ammessa in tutti i college in quest’ordine:

  1. SERIALITA’ &TV
  2. CINEMA
  3. STORYTELLING
  4. SCRIVERE
  5. REPORTING
  6. BRAND NEW
  7. DIGITAL

Un ottimo risultato con due messaggi molto chiari: primo; smettila con le serie tv e fatti una vita. Secondo;  le tue capacità di scrittura creativa sono da quarto posto. 

E’ stata una delusione e per la prima volta ho pensato davvero che sì, per riuscire a scrivere bene qualcuno me lo avrebbe dovuto insegnare.

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A distanza di trenta giorni sono partita, sono andata negli Stati Uniti ed avendo un po’ di tempo ho deciso di iscrivermi a un workshop di scrittura presso la Gotham Writers Workshop.

Ciò che ho trovato lì è stata una comunità di scrittori, persone di ogni genere unite dalla stessa passione che si confrontano e condividono i loro lavori senza esami di ammissione, classifiche, giudizi e  voti. Senza spendere cifre esorbitanti, ma rispettando il talento, la storia e lo stile di ognuno.

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Questa esperienza è stata un nuovo ed intenso turning point. Ho smesso di credere che le mie capacità meritassero una medaglia di legno e sono tornata all’unica cosa che conta: parlare a me stessa.

Ciò che il mio approccio alle scuole di scrittura mi ha insegnato è che la risposta alla domanda ” scrivere può essere insegnato?” non è da ricercare nel “se”, ma nel “come”.

Ci sono tanti ingegni quante teste e tante penne quante mani… E l’unico vero “come”,  è iniziare.

-VIOLA

 

 

 

 

 

Librerie dell’usato: dove fare shopping di parole a Roma

Amo le librerie come Carrie Bradshaw i negozi di scarpe.

Fare shopping di parole è una delle mie attività preferite e che amo fare in solitaria. Sebbene io sia una piuttosto schizzinosa in quanto a gusti letterari (eh si, lo ametto) non mi ha mai fatto una grande differenza il dove comprare i libri.

Mondadori, Feltrinelli etc etc… L’importante è sempre stato solo il contenuto.

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Quando mi sono avviata alla carriera universitaria (bella e dannata, magari un giorno ne parleremo), ho scoperto un piacere che – forse vergognosamente- fino a quel momento avevo ignorato: perdermi nei meandri delle librerie dell’usato.

Polverose, a volte confusionarie, piene di angoli bui e anche di tesori; mi ricordano un po’ il modo in cui funziona il mio cervello.

Negli anni, in ogni città che ho visitato,  ho fatto delle librerie dell’usato una tappa fissa; portando a casa sempre dei preziosi souvenir.

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Per questo motivo ho deciso di inaugurare la mia voce su questo blog con qualche dritta sulle mie librerie dell’usato preferite a Roma.

Come la classifica di Xfactor, qui elencate in ordine sparso:

Sono tutti piccoli negozi gestiti da librai ( e libraie) appassionati che ti sanno trasportare davvero in un’altra dimensione e anche se non avete le idee chiare su cosa cercare, ma avete la pazienza di spulciare , riuscirete a trovare il libro  che non sapevate di volere, ma di cui avete sicuramente bisogno.

-Viola

 

Il primo disco non si scorda mai: quella volta in cui mi sono innamorata di Bon Jovi

Ho deciso che il mio primo pezzo  lo dedicherò al primo disco che ho comprato nella mia vita.

Mi sembra giusto cominciare a raccontarla così questa infinita storia d’amore che lega me e la musica, dall’inizio (o quasi). Da un aneddoto forse buffo, forse no, che dopo più di quindici anni ricordo ancora con infinito piacere.

Stiamo parlando del 2000, anno in cui io avevo 7 anni.

Probabilmente era una sera estiva perché stavo guardando il Festivalbar. Ci vorrebbe una pagina da dedicare solamente a lui, che ogni estate tornava puntuale a farci vivere tutti i migliori successi della stagione proponendoci le sue compilation con quel girasole enorme, che su un CD aveva lo sfondo rosso e sull’altro lo sfondo blu.

Momenti magici.

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Torniamo a noi. Ero seduta sul pavimento del mio salone e stavo guardando attentamente la trasmissione, che stava per terminare, quando a concludere la serata viene chiamato un ragazzo che io non avevo mai visto, di cui la mia giovane età mi faceva ancora ignorare i suoi precedenti successi, biondo, con i capelli lunghi, che inizia a saltellare qua e là sul palco con davanti una folla di ragazzine impazzite. Io rimango ammaliata da questo ragazzo. O forse da quella canzone così movimentata, che faceva ballare tutti e che, in un inglese che io chiaramente non capivo, ci diceva “è la mia vita, ed è adesso o è mai”. Si ragazzi, era Bon Jovi. Ho chiesto a mia sorella, più grande di me, chi fosse quel tizio così bello ed ho iniziato a chiederle di comprarmi il CD.

Pochi giorni dopo, finalmente, lo avevo in mano ed è inutile dire che avevo imparato tutte le canzoni a memoria. Ero una fan accanita e qualche tempo dopo, quando uscì un altro album, comprai anche quello ed imparai, anche in quel caso, tutte le canzoni. Ancora oggi me ne ricordo parecchie. Fu il mio cantante preferito per due, tre anni credo, non so dire con precisione quando smisi, ma ricordo esattamente quando cominciai ad amarlo.

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Tutt’oggi sentire quella canzone, o quelle canzoni, provoca in me delle emozioni fortissime, e di certo non perché siano chissà quali alti capolavori musicali da meritare un Emmy, ma perché sono state le prime canzoni che davvero ho amato, che ballavo in cameretta con lo stereo alto. Sono le canzoni che mi ricordano i miei sogni di bambina, e mi auguro che ognuno di voi possa avere delle canzoni così, perché infondo è questa la magia della musica.

 Con il passare del tempo ho scoperto che qualche anno prima, Bon Jovi aveva fatto piangere migliaia di adolescenti innamorate sulle note di Always, e questo stesso trattamento non sarebbe stato di certo risparmiato e me e alle mie coetanee qualche anno dopo.  Questa però, mi sembra evidente, è tutta un’altra storia

Fiore.