DUETTANDO: UN METALLO PER DUE

Poche sere fa mi trovavo a fare una passeggiata fra le vie dell’Aquila, in occasione della 742esima Perdonanza Celestiniana. Chiacchierando e passeggiando mi sono imbattuta in una piccola mostra, che prende il nome di “Il sogno in un cortile”, di opere realizzate in metallo. Sono rimasta affascinata da queste linee sinuose, metalliche e fredde che andavano invece a rappresentare delle immagini calde, delle donne, degli incontri.

La firma che c’era sotto ogni opera era un piccolo disegno stilizzato che recitava “Duettando”. Mi sono guardata intorno ed ho compreso che le artiste in questione erano due donne, due amiche, Luisa Capannolo e Stefania Ferella.

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La location del cortile di Palazzo Ciolina, in corso Vittorio Emanuele, era molto suggestiva e si prestava benissimo ad accogliere queste opere dal carattere così forte ma allo stesso tempo delicato ed armonioso.

Tutti questi elementi hanno fatto nascere in me il desiderio di parlare con le due artiste, per sapere un po’ di più di quest’arte e per sapere come è nato questo connubio tutto al femminile, che ha portato alla nascita del loro laboratorio. Ecco che cosa mi hanno raccontato.

Che cos’è e come nasce Duettando? Raccontateci la vostra storia.

Duettando nasce dall’idea di due amiche e colleghe di lavorare insieme e di provare a creare qualcosa di nuovo, considerando il fatto che lavoravamo già con molta sintonia. Ecco perché “Duettando”, perché piano piano abbiamo iniziato a veramente a duettare insieme sulla stessa opera e la sintonia è diventata sempre più forte, tanto che ora lavoriamo in toto sull’intera opera tutte e due insieme, contemporaneamente, e non ci dobbiamo dire niente.

Come scegliete i vostri soggetti? Li decidete sempre in due?

Decidiamo sempre in due. I soggetti prevalentemente sono femminili, però ci piacciono anche elementi naturali, fiori, uccelli. In questo caso abbiamo fatto una produzione specifica, abbiamo lavorato proprio per la Perdonanza Celestiniana, quindi il tema era il medioevo e l’epoca di Celestino V.

Quali sono gli altri soggetti che siete solite scegliere?

Abbiamo fatto un’altra mostra al Musa di Roma, ed era una mostra dedicata alle donne. La mostra è stata inaugurata l’8 marzo e siamo state lì un mese e mezzo, riscuotendo un buonissimo successo,  con opere tutte al femminile, donne di vario stile, proponendo sempre il ferro in contrapposizione con l’eleganza femminile.

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Se doveste rappresentare con le vostre opere un libro, quale scegliereste?

Questa è una domanda difficile perché se ne potrebbero rappresentare tanti. Sicuramente un libro di una donna, al femminile.

Quali sono i vostri progetti per il futuro?

Ce ne sono tanti. Andare avanti sicuramente con nuove cose, mantenendo sempre questa tecnica di base, perché per noi il ferro, il metallo è un qualcosa che ci prende in toto, proponendo però disegni diversi. Abbiamo iniziato molto a lavorare sulla trasparenza quindi probabilmente andremo avanti con questa linea di quadri.

Abbiamo avuto diverse proposte, sicuramente faremo una mostra ad Avezzano al Palazzo Torlonia probabilmente ad Ottobre. Di progetti ce ne sono tanti, speriamo di continuare a poterli realizzare.

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Ed è con questo augurio che si è conclusa la mia breve chiacchierata con Luisa Capannolo e Stefania Ferella, artiste ed amanti del metallo, che mi hanno incuriosito e mi hanno fatto appassionare ad un’arte sulla quale prima non avevo mai posto l’attenzione.

Grazie alla condivisione e alla passione possono nascere storie belle, come quella di cui vi abbiamo parlato oggi. Auguriamo alle due artiste di continuare a coltivare quest’arte così raffinata e speciale, e a tutti noi di essere in grado di cogliere sempre, anche in una spensierata sera d’estate, la bellezza, a volte nascosta, delle cose che ci circondano.

FIORE

Il coraggio di diventare farfalla

Oggi, può sembrare strano, ma voglio parlare di farfalle, e per farlo non userò definizioni di biologia, ma un libro, e la mia vita. Questo perché le farfalle di cui parlo non sono quelle che volano tra i fiori, ma siamo tutti noi. C’è stato un momento, qualche tempo fa, in cui mi sono sentita come il giovane Holden  di Salinger, quando ci dice, mentre sta per abbandonare l’ennesima scuola, che quando si va via da un posto bisogna salutarlo, altrimenti si sta ancora peggio.

Mi è già capitato di lasciare scuole e altri posti senza nemmeno sapere che me ne stavo andando. Ed è una cosa che odio. Non importa se è un addio triste o brutto: io, quando me ne vado da un posto, voglio sapere che me ne sto andando. Altrimenti stai ancora peggio.

Credo infatti che quando andiamo via da qualcuno o da qualcosa sia giusto prenderci il nostro tempo per salutarlo, per dire che ce ne stiamo andando, e non tanto per dirlo a lui, ma per dirlo a noi. Separarci non è mai facile, ma talvolta è l’unica cosa che ci fa restare vivi.

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Ecco, questo vale anche per tutte quelle parti di noi che non ci appartengono più. Quando cresciamo infatti, quando arriva quel momento in cui sentiamo di essere pronti, in cui sentiamo che è giunta l’ora di andare, che non siamo più quelli che eravamo, può essere doloroso non riconoscersi più la mattina davanti allo specchio. Ed è estremamente necessario prenderci del tempo per dirci addio, per salutarci, e soprattutto per riconoscerci.

Come il bruco che diventa farfalla. Nessuno glielo spiega al bruco che un giorno si sveglia e non è più lui, che un giorno si sveglia ed è una meravigliosa farfalla. Un giorno si sveglia ed è pronto a volare. Ecco, immaginate di svegliarvi un giorno, specchiarvi sapendo di essere un bruco ed intravedere invece, appannata, una bellissima farfalla.  È complicato riconoscersi farfalla e separarsi da quel bruco. E così come Holden voleva salutare tutte le cose, così anche noi vogliamo salutare quel bruco. E di certo fa male, perché a stare per terra ci si era un po’ abituati, perché alla fine essere bruco non è poi così male, ha la sua comodità. Poi un giorno succede. Succede che grazie a qualcuno che ci ama, che quella farfalla l’ha vista prima di noi, riusciamo finalmente ad aprire gli occhi.

Ecco, dopo il dolore dell’addio a quella parte vecchia di noi, a quella parte che non ci appartiene più, a quella scuola vista dall’alto, a quel ricordo di noi bruchi; dopo la paura che ci pervade quando capiamo che non siamo più quello che eravamo; dopo aver portato con noi tutto ciò –  e  non per la paura di perderlo ma semplicemente perché fa parte della nostra storia, fa parte del nostro vissuto –  dopo aver fatto pace con tutto quello che non siamo più e compreso che siamo altro, finalmente vediamo nitida, chiara e bellissima davanti a noi, la farfalla che siamo diventati. È quello il momento in cui possiamo davvero volare, e non con la paura di non saperlo fare e di farci male, ma con la voglia di imparare, ogni giorno, ad andare sempre più in alto.

Che tutti noi possiamo rinascere, ogni giorno, coraggiose e bellissime farfalle.

 

-FIORE

OGGI è UN ALTRO GIORNO – JOE, CANTAUTORE DI NOTTE E DI GIORNO

Quando qualche mese fa ho conosciuto Joe, si è presentato come un ragazzo che fa “l’interprete di giorno ed il cantautore di notte” e questa cosa mi ha sempre molto affascinato. In questi ultimi mesi ho potuto vivere un po’ insieme a lui la preparazione e l’emozione dell’uscita del suo nuovo singolo, “Oggi è un altro giorno”, uscito in tutti gli store digitali lo scorso 20 aprile. Ho avuto anche il privilegio di ascoltarlo in anteprima e devo dire che è stato davvero un momento emozionante, sia perché la canzone è un meraviglioso inno alla vita sia perché non avevo mai avuto l’onore di poter ascoltare un brano prima della sua uscita ufficiale, ed è stato un po’ come essere custode di un bellissimo segreto che non si può ancora rivelare.

In occasione dell’uscita di “Oggi è un altro giorno”, ho fatto una bella chiacchierata con Joe, davanti a un po’ di cuscus e dei fritti misti dal retrogusto dolce, e mi sono fatta raccontare per voi le emozioni ed il lavoro che ci sono dietro all’uscita di questo nuovo lavoro, i suoi progetti futuri e tanto altro ancora. Ecco cosa ci siamo detti.

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Raccontaci chi è Joe e che cosa vuole portare musicalmente al suo pubblico.

Joe è un ragazzo che ama la musica sin da quando è piccolo. Quando infatti mi fanno la domanda “Quand’è che la musica è entrata a far parte della tua vita?” io dico sempre che in verità non l’ho mai saputo, perché è sempre stato così. Il primo ricordo che ho è sempre con la musica e non ho un ricordo senza musica.

Secondo me la musica è un modo per trasmettere le emozioni. Siamo esseri umani ed abbiamo delle emozioni…c’è chi le trasmette attraverso la pittura, c’è chi le trasmette attraverso il proprio lavoro, c’è chi le trasmette attraverso le persone con cui sta e chi le trasmette attraverso la musica.

Quello che voglio fare con la mia musica è parlare alla gente delle esperienze che ho vissuto e facendo questo mestiere ho capito che le esperienze che ho vissuto io in verità le hanno vissuto un sacco di persone, e ho capito che è bello scambiarsi la vita, scambiarsi un po’ la pelle, e che fa bene non solo a me ma fa bene anche agli altri. Dal momento che il mondo ha bisogno di bene e di positività, la musica è un ottimo strumento per trasmetterla, questa positività. Al pubblico voglio portare esperienze di vita, emozioni. Voglio raccontare alla gente che siamo tutti uguali, sia sul palco sia sotto il palco…facciamo tutti lo stesso lavoro: viviamo.

 Parlaci un po’ di questo nuovo singolo. Che cosa significa per te e che cosa ha di diverso rispetto ai tuoi lavori precedenti?

“Oggi è un altro giorno” già lo dice il titolo della canzone, è il motto di una nuova avventura, di un nuovo viaggio, di una nuova rinascita. Diciamo che la vita è fatta di percorsi che hanno una certa durata. Il mio album precedente, “Tra i miei colori”, è stato un album intenso, profondo, l’ho scritto che ero ancora un po’ acerbo, c’ho sofferto tanto, anche proprio nella promozione, nel cantarlo…mi portavo dietro un vissuto molto profondo. Poi quando invece mi sono dedicato all’album nuovo mi sono reso conto di essere cambiato. Mi porto dietro tutto ovviamente, ma sono una persona nuova e per dirlo ho pensato proprio “oggi è un altro giorno”, anche perché l’unica cosa che abbiamo a disposizione per cambiare la nostra vita è il presente e mi sono anche rifatto alla frase di Rossella O’Hara che diceva “Domani è un altro giorno” ed ho pensato che era proprio una pessimista…lei diceva “domani è un altro giorno” e non faceva altro che aspettare domani, domani, domani…ma è oggi un altro giorno.

Il messaggio che voglio lanciare con il nuovo singolo e poi col nuovo progetto è che ogni giorno abbiamo la possibilità di cambiare la nostra vita, e dobbiamo riconoscerci tutto quello che abbiamo fatto. Anche perché nel testo della canzone parlo di un “tu che rimani come sei senza somigliarti mai” cioè rimaniamo sempre gli stessi ma non somigliamo mai a quelli che eravamo ieri o l’altro ieri. Siamo sempre diversi in qualche modo ed è giusto riconoscerselo oggi nel presente e qualche volta darci una pacca sulla spalla e dirci “Oh, hai visto quello che hai fatto…pensa a quello che puoi fare ancora…fallo oggi!”.

Ciò che ha di diverso rispetto al lavoro precedente è tutto e niente. Io sono sempre lo stesso, di diverso ho l’esperienza. Il mio disco precedente era un disco che parlava di emozioni allo stato puro, più istintivo, più senza filtri. Questo nuovo lavoro invece è proprio più intenso, più maturo, più vissuto, pensato. Pensato nel senso bello del termine. Visto che era un nuovo lavoro volevo farlo bene e volevo che la gente capisse esattamente il messaggio che volevo dare. Anche perché facciamo questo mestiere per lanciare messaggi, se li lanciamo fatti male è un casino.

Qual è secondo te il valore aggiunto che può avere un cantautore al giorno d’oggi?

Il valore aggiunto è parlare di sè in prima persona. Nel mondo siamo sette miliardi di persone e siamo tanti, se pure noi ci mettiamo a parlare delle cose degli altri ci perdiamo proprio, non sappiamo più chi siamo, non abbiamo più un’identità. Essere cantautore per me vuol dire avere una mia identità personale, vuol dire avere un pensiero, avere un modo per esprimerlo, avere un mondo dentro da voler condividere.

Poi per carità, ci sono degli interpreti bravissimi che riescono a rendere i pezzi degli altri propri e ci scoprono una vita dentro, io sono fan di molti di questi. Però per me il valore aggiunto del cantautore è parlare in prima persona, perché quello che hai scritto lo devi andare a ripescare dentro di te, però è bello, perché parli della tua vita.

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Quali sono i tuoi progetti futuri?

È appena uscito il singolo in radio, in tutte le piattaforme digitali , in streaming ed è partito proprio in questi giorni il tour che farà tappe in tutta Italia. Abbiamo suonato a Roma alla “Locanda Blues”, a Milano, al “Jazz Club” di Torino, per poi continuare con altre date, che comprenderanno il sud e nuovamente Roma. Ci sono anche dei progetti molto interessanti di cui però non posso ancora parlare. Inoltre mi piacerebbe portare le mie canzoni all’estero e…ci stiamo lavorando.

Che cosa ti aspetti che cambierà da questo singolo?

Mi aspetto che la gente si accorga del cambiamento che c’è stato in me come artista. Mi auguro, con la mia musica, di poter cambiare almeno una vita, la vita di una sola persona e farle capire che non è da sola. Mi auguro poi che si capisca che Joe non è più un bambino che muove i suoi primi passi nella musica, ma è cresciuto, perché si sta impegnando. E mi aspetto che ogni giorno sia un altro giorno, pieno di possibilità e di progetti.

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Finisce qui la mia chiacchierata con Joe, che si dimostra un cantautore sempre più maturo e che con la sua “Oggi è un altro giorno” mi ha fatto emozionare tanto. Non mi sento di definirlo quindi, come ha detto lui “cantautore di notte”, ma preferirei dire “cantautore di notte e di giorno”, perché la musica è davvero la cosa che riempie la sua vita e le sue giornate. Gli auguro che questo singolo, ed il successivo album, possa avere il successo che merita, e che anche voi possiate emozionarvi come è successo a me ascoltando “Oggi è un altro giorno”, e soprattutto che possa essere davvero un altro giorno per tutti noi, pieno di possibilità e di novità…e di bella musica.

  • FIORE

Che forma dareste ai contorni di un sogno? Ghirlanda.

Qualche mese fa per una serie di motivi , mi è capitata tra le mani una di quelle cose che una schizzinosa in fatto di libri come me legge raramente:

Graphic novel

E non perchè io sottovaluti il potere delle parole unite alle immagini, ma più che altro per il fatto che tendo a ricercare me stessa nelle cose che leggo e spesso il modo in cui i mondi vengono rappresentati in questo genere, distolgono la mia attenzione dalle domande esistenziali,e dalla mia ricerca di luce/buio.

Tuttavia, quando qualcosa di bello ti bussa alla porta – tu apri.

Ecco una mia breve, ma  ponderata recensione su Ghirlanda , della strana coppia Kramsky – Mattotti, che mi ha riportato un po’ a quando ero bambina.

Che forma dareste ai contorni di un sogno?

Convulsi, sottili, armoniosi, dinamici, fluidi. Sono i contorni di Ghirlanda, il  sogno uscito dal pennino di Lorenzo Mattotti nel suo rinnovato sodalizio con lo sceneggiatore Jerry Kramsky.

La coppia di Jekyll & Hyde torna sulla carta dopo quindici anni, e lo fa attraverso i  Ghir. Creature fantastiche, somiglianti a degli orsi misti a trichechi, che si muovono in un universo in bianco e nero;  animati da sentimenti umani e da oblomovistici istinti.

Ippolite – ghir, figlio dello sciamano – si trova a dover intraprendere un viaggo ariostesco alla ricerca di sua moglie Cocciniglia, scomparsa da sette giorni dal villaggio di Ghirlanda.  Ciò che Ippolite scoprirà, è che in gioco non vi è solo il destino della sua famiglia, ma anche quello della sua realtà così come la conosce.

Come ogni favola che si rispetti, irrompe dunque prepotente il tema della lotta tra bene e male, che porterà Ippolite a spingersi ai confini del mondo verso le oscure Terrae Incognitae,  regno dei morti, nel tentativo di estirpare il seme della malvagità.

Ghirlanda è una graphic novel attentamente architettata, i cui tratti vorticosi  di Mattotti, accompagnati dalle parole soffici di Kramsky, risucchiano il lettore in un universo onirico, ricco di spunti di riflessione. In un’odissea di temi, tra i più cari nella vita:  la nascita, la morte, la consapevolezza di sè, il tempo e la paura.

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Volutamente ispirati alla tradizione fumettistica più ingenua, popolata da strane creature ed animaletti buffi, quali Alley Oop ( Vincent T. Hamlin) e i Moomin ( Tove Jansoon).  I Ghir potrebbero essere il pigro soggetto di un dipinto del maestro del surrealismo Dalì, o del genio cinematografico gotico- fiabesco Tim Burton. Saldamente piantati nel solco delle immagini e della narrazione evocativa, sono stati capaci di trionfare al Premio Guinigi 2017 come miglior graphic novel.

Quattrocento pagine imperdibili, edite #logosedizioni, che scivolano via una dopo l’altra. Snodandosi in una serie di roccamboleschi eventi, curiosi  incidenti ed incontri con personaggi assurdi – degni di un Epos – come le scimmie della pioggia, le balene d’aria, Psicopompo, Muso stropicciato e tutti gli altri abitanti di questo mondo.

Un mondo fantastico che si  stende “oltre i sospiri delle nubi, tra gli orizzonti del crepuscolo” da cui farsi trascinare, alla ricerca del significato delle radici, dell’amore, del sacrificio e dell’inevitabilità del cambiamento.

Viola

Editoria e sordità: Il Treno e i libri nella lingua dei segni

Oggi voglio raccontarvi una storia, una storia di incontri e di casualità, che forse poi non sono mai così casuali.

Qualche mese fa, precisamente a novembre, ho conosciuto Silvia, una ragazza dai capelli biondi e gli occhi allegri, che, fra le tante cose che fa, parla la LIS, la lingua dei segni italiana. Qualche tempo dopo, a dicembre, sono stata a Più libri più liberi, la Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria di Roma, e sono rimasta colpita da un banco in cui erano esposti dei libri nella lingua dei segni. Affascinata da questi librottini qualche tempo dopo ne ho parlato con Silvia, per poi venire a scoprire che lei conosceva già da tempo la casa editrice presente alla fiera, ovvero Il Treno, ed era amica di una delle ragazze che ci lavorano e che io avevo incontrato, Susanna, una ragazza sorda. Inutile dire che ho chiesto a Silvia di organizzare un incontro con Susanna, per scoprire quest’altra faccia dell’editoria, a me completamente sconosciuta sino a quel momento. Ecco cosa le ho chiesto.

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Che cos’è Il Treno?

Il treno è una società cooperativa sociale onlus che trova le sue origini nel 2005, quando un gruppo di collaboratori, animatori ed operatori sordi ed udenti, hanno avviato un progetto all’interno di una ludoteca con attività dedicate a bambini, sordi ed udenti. Dopo questa esperienza è emerso negli educatori il desiderio di fare qualcosa di più ed è stato dunque fondato Il Treno, con l’obiettivo di offrire attività bilingui (in italiano e in lingua dei segni). Oltre ad offrire molte attività, svolgiamo dei seminari e dei workshop per le persone che desiderano lavorare con i bambini sordi.

Una cosa di cui ci siamo poi accorti è il fatto che in Italia, per quanto riguarda l’editoria, si trovano sporadicamente volumi legati al mondo dei sordi e alla lingua dei segni, così abbiamo deciso di intraprendere il percorso per diventare una casa editrice specializzata bilingue, che si dedica quindi ad entrambe le lingue (Italiano e LIS).

La nostra prima pubblicazione è stato il libro Le favole di Esopo, con allegato DVD, dove si trovano i testi in italiano illustrati e tradotti in lingua dei segni, e si possono svolgere giochi e attività didattiche in tutte e due le lingue. Dopo aver riscontrato il successo di questo iniziale progetto abbiamo deciso di continuare con la produzione di libri, anche se lentamente.

Ci occupiamo anche di produrre materiale informativo ed educativo, come ad esempio delle cartoline con la dattilologia o delle borse, sia con il testo in italiano che in lingua dei segni. Se siete interessati ecco il video della nostra presentazione su Youtube.

Di cosa parliamo quando parliamo di editoria bilingue (Italiano/LIS)?

In Italia l’editoria bilingue è molto povera. Ci sono delle altre case editrici che ogni tanto producono dei libri bilingui, ma il treno è specializzato esclusivamente in questo. La nostra linea editoriale si occupa infatti di bilinguismo bimodale. Quando si parla di bilinguismo si pensa spesso a due lingue come possono essere l’italiano e l’inglese, nel nostro caso invece si parla di bilinguismo bimodale, poiché le due lingue in questione hanno due modi diversi di essere comunicate: una tramite il canale visivo gestuale e l’altra tramite quello uditivo vocale. L’obiettivo è arricchire il panorama editoriale di materiali bilingui come i nostri perché in Italia ci sono pochi libri che contengono la lingua dei segni.

Per quanto riguarda gli altri paesi vediamo che sono molto più ricchi da questo punto di vista ed esiste una produzione di libri già da molto tempo. Io in prima persona ho potuto notarlo quando nel 2009 ho fatto un tirocinio di tre mesi a Parigi ed ho visto che lì c’erano tanti libri con all’interno la lingua dei segni francese e sono rimasta a bocca aperta, perché quando ero piccola io non avevo mai visto libri per i bambini in lingua dei segni. Quando sono tornata in Italia ho voluto fare qualcosa legata all’editoria e, dopo essermi trasferita a Roma, aver frequentato diversi corsi e attività come volontaria per sordociechi, sono entrata nella cooperativa nel 2011 e così ho iniziato a collaborare a diversi progetti editoriali.

È difficile portare avanti un progetto editoriale come il vostro? Quali sono le difficoltà?

Le difficoltà prima di tutto sono di tipo economico perché non siamo una grande casa editrice, ma siamo piccoli e stiamo andando avanti piano piano. Per quanto riguarda la produzione dei nostri libri infatti spesso troviamo la collaborazione di terzi che finanziano la pubblicazione. Per quanto riguarda ad esempio i librottini che fanno parte della collana PRIMI SEGNI c’è stato il contributo dell’associazione Dipendenti della Camera dei Deputati e quello del Bar Senza Nome, gestito da un gruppo di soci sordi di Bologna.

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Per quanto riguarda invece i fumetti Jean il sordo e La figlia di Jean, volumi francesi che abbiamo tradotto in italiano, è stato utilizzato il metodo del crowdfunding. Oltre a quest’ultimo c’è stato anche il contributo dell’associazione Gruppo SILIS e di quella dei Dipendenti della Camera dei Deputati.

Un altro volume in cui sono presenti entrambe le lingue in un’espressione molto artistica  è Alice nel paese delle mani, una storia ispirata ad Alice nel paese delle meraviglie. La parte iniziale e finale del testo sono esattamente le stesse della storia originale, la narrazione chiaramente un po’ cambia perché in questo caso ci troviamo nel paese delle mani. Questo libro è dedicato alla memoria di una nostra collaboratrice che lavorava nelle scuole come assistente alla comunicazione ed è stato finanziato proprio dalla sua  famiglia e dai suoi studenti.

Come riuscite ad interessare anche i bambini udenti alla lettura dei vostri libri?

Cerchiamo di invogliarli ed entusiasmarli evidenziando quelle che sono le particolarità della lingua dei segni, ovvero una lingua in cui si usano le mani e le espressioni del viso e in cui non si usa la voce. È un modo di comunicare tramite il quale sicuramente i bambini possono divertirsi. Con la lingua dei segni ci si può capire sott’acqua, attraverso un vetro, in un posto affollato oppure in un posto in cui c’è molta confusione e rumore. I bambini si divertono tantissimo ed allo stesso tempo imparano molto.

 

 

 

Quali sono i vostri progetti futuri per incentivare l’integrazione fra udenti e sordi?

Ci piacerebbe che la lingua dei segni venisse insegnata all’interno delle scuole come una seconda lingua, come accade per l’inglese ad esempio e che ci sia molta più sensibilizzazione rispetto a questo tema. Stiamo lavorando in alcune scuole – sia elementari che medie – con delle attività e dei laboratori dedicati ai ragazzi durante la settimana. Uno dei nostri attuali laboratori è leggiAmo che ha l’obbiettivo di promuovere il piacere per la lettura. Ai nostri laboratori sono presenti almeno due operatori, uno sordo ed uno udente.

Un altro nostro importante obiettivo è quello di crescere nella produzione di libri e di produrne di nuovi. Abbiamo realizzato anche due e-book fino ad ora: Fortunatamente e Il signor G, vincitore del premio Anderson 2017 come Miglior Creazione Digitale. Questi due libri sono in formato digitale, ed oltre al testo ci sono anche dei video con due narratori, uno che parla a voce ed uno che segna in LIS, presenti in ogni pagina, corredata da disegni e testo scritto, completandosi quindi ad essere accessibile per tutti.

 

Termina qui il mio pomeriggio trascorso davanti ad una tazza di tè insieme a Silvia e Susanna, e porto con me la piacevole sensazione che ti lasciano gli incontri belli, quelli dopo i quali, quando torni a casa, senti che c’è qualcosa di diverso in te. Prima che io potessi andare via però Susanna ci ha tenuto a specificare due cose.

“Perché abbiamo scelto il nome “Il treno”? Perché il treno viaggia sempre, su due binari, uno in italiano ed uno in lingua dei segni, che viaggiano in parallelo. Il 3 presente nel nostro indirizzo internet è un modo per rendere in modo ‘bilingue’ anche il nome del nostro sito iltreno33.it. Infatti il segno LIS che sta per ‘treno’ si esprime usando entrambe le mani con la forma che si usa per dire il numero 3, con il movimento tipico della locomotiva. Nel segno del treno ci sono quindi due 3, e per gioco lo scriviamo con il numero 33.”

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La seconda cosa che mi spiega Susanna è che dire “non udenti” non è sbagliato, ma molti sordi preferiscono essere chiamati così, sordi, perché “non udenti” evidenzia una negazione, e non piace a nessuno essere identificati con una negazione.

Dunque, se desiderate imparare la lingua dei segni, o vi interessano le attività proposte dalla cooperativa, che cosa aspettate a salire sul treno?

  • FIORE

20 marzo: giornata internazionale della felicità

Lo sapevate che il 20 marzo è la giornata internazionale della felicità? Io si. Sono una ragazza che di solito rispetta le tradizioni, quindi inevitabilmente mi trovo a festeggiare questa giornata (anche se in realtà oggi bisognerebbe festeggiare l’arrivo della primavera, ma quella la festeggiamo domani). Oltre ad essere un’amante delle tradizioni sono anche una persona tendenzialmente allegra – tendenzialmente troppo, tendenzialmente capita anche che i miei amici mi debbano dire di placare l’entusiasmo. Certo, anche a me capitano giornate buie, anche troppo a volte, ma questo oggi non ci riguarda perché oggi è la giornata internazionale della felicità. La felicità è un esercizio mentale, qualcuno diceva così. La felicità, secondo me, è una ricerca continua, quotidiana, imperterrita, di quello che più ci piace, di momenti che ci fanno stare bene, di un lavoro che ci fa svegliare contenti, di persone che sappiano amarci per quello che siamo e non per quello che sembriamo.

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Che poi, essere felici che significa? Che cos’è la felicità? Non credo ci sia una definizione, credo invece che ognuno abbia la propria, di felicità, ed oggi ho deciso di raccontarvi un po’ della mia, ma solo un pochino.

Punto primo – ed anche banalissimo tanto che voi direte “si vabbè, lo sapevamo”- è il sorriso delle persone che amiamo, che ci sono accanto quotidianamente, che condividono con noi le giornate. È banale sì, tanto banale che a volte neanche ci accorgiamo di quanto sia importante e di quanto possa farci stare bene vedere gli altri felici.

Punto secondo. Felicità, ancora più banale, e qui mi trovo costretta a citare Albano e Romina, è un bicchiere di vino con un panino. Si, proprio così, un bicchiere di vino con un panino, ma vanno bene anche un kebab e una birra. Il senso di questo famosissimo verso infatti, secondo me, palesa la semplicità dell’essere felici insieme, mangiando qualcosa di semplice che ci sazi lo stomaco, ma mai il cuore. Per amare infatti, secondo me, bisogna essere sempre un po’ affamati, ma questa è un’altra storia, magari ne parliamo a San Valentino.

Punto terzo , ed ultimo – di solito le cose si puntano fino a tre e poi come vi ho detto non vi posso raccontare tutta la mia felicità – la felicità sta nelle canzoni, nei concerti, nelle poesie, nei libri belli. Forse anche questo è banale, ma quanto è vero? Quanto è bello ritrovarsi nelle parole di qualcuno che sembra capirci a pieno per un attimo, che riesce a non farci sentire soli, lasciandoci una scintilla di emozione che non sempre riusciamo a spiegare? Per me è meraviglioso.

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Forse allora il vero problema della felicità non è che non riusciamo a trovarla, è che non riusciamo a vederla. E allora buona giornata internazionale della felicità a tutti, che abbiamo tutti quanti un gran bisogno di concedercela.

-FIORE

Geeko Editor: storia di una casa editrice digitale

Avete mai sentito parlare di una casa editrice digitale e partecipativa? Noi, fino a qualche tempo fa, no. Poi abbiamo conosciuto la realtà di Geeko Editor, ci siamo incuriosite ed abbiamo fatto quattro chiacchiere con il co-fondatore Fabio Antinucci. Ecco cosa ci ha raccontato.

1) Chi è Fabio Antinucci?

Fabio Antinucci ha ventotto anni, scrive da quando ne aveva sei, ed è il co-fondatore e addetto alla comunicazione di Geeko Editor. È nerd fino al midollo, appassionato di horror e fantasy, ma soprattutto appassionato di comunicazione e nuove tecnologie. Ed è soprattutto il peggior incubo delle sue socie: Alba Grazioli, CEO e responsabile editoriale di Geeko Editor, e Lidia Verdone, la nostra grafica e creativa.

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2) Perché nasce Geeko Editor? 

Geeko Editor nasce da un ragionamento: tanti appassionati di scrittura creativa cercano di affermarsi attraverso i social e i blog, ritrovandosi spesso a postare estratti delle proprie opere e a commentare i lavori degli altri. Scrivono della loro passione, cercano di emergere, vogliono il confronto con gli altri in attesa di una casa editrice che li noti. Noi abbiamo pensato di crearne una piattaforma nella quale un autore potesse proporre le sue opere non a un freddo editore che lo guarda e lo giudica dall’alto, ma a una community di altri creativi come lui (fra i quali rientrano anche gli editori stessi), pronta a mettersi a disposizione per consigliarlo e farlo crescere come scrittore.

3) Perché un aspirante scrittore dovrebbe iscriversi a Geeko Editor?

Per lo stesso motivo per il quale dovrebbe farlo un lettore: in Geeko Editor lettori e scrittori si incontrano e scoprono quali sono le potenzialità dell’altro, si consigliano, si divertono insieme e, anche grazie a quel confronto, possono creare nuove storie. Dal punto di vista di un autore, far parte di Geeko Editor significa poter coltivare la sua aspirazione in un ambiente di persone con i suoi stessi interessi, e questo confronto può portare a una vera e propria pubblicazione grazie alla partecipazione alle nostre selezioni partecipate, che organizziamo periodicamente.

4) Cosa permette di fare la piattaforma di Geeko Editor ad un suo utente?

Ha molte funzioni, tutte con l’obiettivo di permettere all’utente di divertirsi coltivando le sue passioni: si può partecipare ai contest di pubblicazione con il proprio libro, come abbiame detto, ma anche di pubblicare ogni giorno nuovi racconti, leggere quelli degli altri, aggiornare un blog letterario, partecipare ai nostri contest. In più, all’interno del Caffè Letterario, la nostra sezione social, può discutere con gli altri di scrittura, proporre spunti di riflessione e molto altro. Un vero e proprio social network.

5) In che modo secondo te internet e i social media hanno cambiato il mondo della scrittura? 

Hanno senza dubbio dato loro nuovi mezzi, più rapidi ed efficaci, per farsi conoscere, ma con il passare del tempo le dinamiche molto rapide della comunicazione sui social e l’aumentare delle persone che tentano di farsi strada grazie a essi hanno rischiato di rendere il rapporto fra web e scrittura poco fruttuoso. Dal canto suo Geeko Editor vuole lavorare proprio per offrire una piattaforma di qualità, nella quale gli scrittori possano ritrovare il gusto di usare il web per divertirsi e coltivare la propria passione.

Si conclude qui la nostra intervista a Fabio Antinucci. Dunque, se siete degli appassionati di scrittura, ed avete qualche racconto nel cassetto, perché non fare un salto su questa piattaforma?

Wishlist eventi letterari 2018

Molto spesso a causa (o merito) del mio lavoro mi trovo a dover pianificare cose.

Il che di per sé è una cosa meravigliosa, se solo non fosse che io sono il genere di persona che compra un’agenda nuova ogni anno, segna 5 appuntamenti e poi se ne dimentica.

Questo può significare tre cose:

  1. Ho una memoria che in confronto Rain man soffriva di Alzheimer
  2. Non ho un’agenda fitta di impegni
  3. Mi piace appiccicare post-it dappertutto sulla mia scrivania

Se avete scelto la numero 3 (ma anche un po’ di numero 1) avete azzeccato.

Comunque sia dato che oggi mi va di appuntarmi le cose ecco qui un recap / wishlist degli eventi letterari da non perdere in questo 2018.

  • Il 22 maggio  a Torino ci sarà la cerimonia di premiazione del premio Calvino;
  • Dal 30 maggio al 1° giugno il festivalBookexpo America – Bea;
  • A giugno la votazione in casa Bellonci, a Roma, della cinquina delpremio Strega;
  • Dal 23 al 27 giugno a Taormina il TaoBuk festival;
  • Dal 26 giugno al 1° luglio a Fano la sesta edizione di Passaggi – Festival della Saggistica;
  • A inizio luglio a Roma la finale del premio Strega;
  • Dal 5 al 9 settembre a Mantova la ventiduesima edizione del Festivaletteratura;
  • A Venezia la finale del premio Campiello;
  • Dall’8 all’11 novembre, a Milano si terrà Bookcity;
  • Dal 9 all’11 novembre a Brescia la Rassegna della Microeditoria;
  • Dal 5 al 9 dicembre a Roma si terrà la fiera della piccola e media editoria: Più libri più liberi;

Ecco più che da non perdere in generale  sarebbe meglio dire che sono quelli che vorrei non perdere io…Se volete consultarne altri o saperne di più check Il Libraio .

E poi – se potete – scusatemi. Oggi sono a corto di parole, ogni tanto capita anche a me…

-Viola

 

 

Il Festival di Sanremo – “Le canzoni non ti tradiscono”

Si è appena conclusa la settimana della sessantottesima edizione del Festival di Sanremo, e per quanto possano esserci introno a questo evento una miriade di polemiche, rimane sempre una manifestazione canora che incolla milioni di Italiani al televisore. Che sia per nostalgia, che sia per curiosità o che sia per passatempo, c’è una costante che lega tutti coloro che si appassionano alle dinamiche del Festival, che lo guardano con trasporto, che si schierano per qualcuno piuttosto che per qualcun altro: le canzoni.
Avrei voluto fare una riflessione su questo festival appena trascorso, ma poi mi sono resa conto che la cosa più importante di tutto sono proprio le canzoni. Le canzoni hanno uno strano potere. Sanno catapultare indietro nel tempo, sanno coccolare, sanno infastidire. Sanno capire. Sì, le canzoni hanno il potere di far sentire chiunque compreso, da qualcuno che magari neanche conosce. Le canzoni sanno essere un rifugio, un porto sicuro. Mi viene in mente il discorso fatto da uno dei protagonisti del film Radiofreccia, che ci ricorda che le canzoni non ci tradiscono.

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“Invece le canzoni non ti tradiscono. Anche chi le fa può tradirti, ma le canzoni, le tue canzoni, quelle che per te han voluto dire qualcosa, le trovi sempre lì, quando tu vuoi trovarle. Intatte. Non importa se cambierà chi le ha cantate. Se volete sapere la mia, delle canzoni, delle vostre canzoni, vi potete fidare.”

 

Anche in questo Sanremo ho trovato delle canzoni in cui rifugiarmi, delle canzoni del cuore. A partire dal vincitore delle nuove proposte, Ultimo, con la sua “Il ballo delle incertezze”, un inno tanto dolce quanto silente per tutti coloro che credono di non potercela fare, ma che alla fine ce la possono fare sempre. Proseguendo con Ron, con “Almeno pensami” meravigliosa poesia postuma di Lucio Dalla e con Ornella Vanoni che con Bungaro e Pacifico, ci ricorda che praticare ancora l’infanzia può aiutare ad “imparare ad amarsi”. Ho amato Noemi, soprattutto quando nella sua “Non smettere mai di cercarmi” ci dice “per quando verrò a trovarti in tutto quello che scrivi”. Sono di parte perché amo scrivere ed amo lei, ma non posso non nominarla fra i pezzi che più mi hanno emozionato. Voglio ricordare anche “Una vita in vacanza” de Lo Stato Sociale, per i quali la vittoria e la rivoluzione più grande, secondo me, è stata anche solo quella di essere lì a presentare la loro musica, un tipo di musica più di nicchia, ma che ha un seguito che non può più essere trascurato da una manifestazione come quella del Festival di Sanremo. Ho lasciato per ultimi i vincitori Ermal Meta e Fabrizio Moro, che dopo tante polemiche, hanno meritatamente trionfato con il loro grido contro ogni tipo di terrorismo e di guerra, o meglio, contro ogni paura che se ne ha: “Non mi avete fatto niente”.

canzonisanremoviolaefioreblogmusicafestival
Le canzoni hanno sempre qualcosa da dire, ed io, anche quest’anno, a dispetto di ogni “ma che ti vedi ancora Sanremo?”, nonostante le polemiche, a prescindere dalla conduzione, dagli outfuit, dalle gag, mi sono voluta fidare delle canzoni, di queste canzoni, ed ho voluto ascoltare cosa avevano da dirmi. Le ho accolte, le ho fatte mie, e mi rendo sempre più conto che non c’è cosa più bella.

FIORE

Quel giorno in cui mi sono messa a pensare a James Joyce

Meno di una settimana fa è stato il cento trentaseiesimo compleanno di James Joyce; colui che ha capito meglio di tutti Freud.

Ok, devo essere onesta – l’Ulisse rientra, insieme ad un altro paio di vergogne tipo L’idiota e Il nome della rosa,  nel breve elenco di libri che ho iniziato e mai finito. Tuttavia, anche se non sono mai arrivata a fondo di tutte le settecento trentacinque pagine, mi è bastato poco per iniziare invidiarlo tantissimo.

Pochi altri mondi sono stati creati in maniera così precisa, e quest’anno ricorre il centenario della primissima uscita dell’Ulisse sulla carta.

Non sto delirando. Lo so che la prima edizione uscì nel 1922… ma nel 1918 Margaret Anderson, fondatrice della rivista letteraria americana The Little Review, iniziò a pubblicare ad episodi quella che ai tempi non era ancora la grande opera di Joyce.

L’impatto che lo stream of consciousness ebbe sull’opinione pubblica fu ENORME. Arrivati al capitolo 13 ( Nausicaa)  , le vicissitudini della coscienza di Leopold Bloom vennero considerate oscene e scandalose tanto da essere censurate negli Stati Uniti fino al 1933.

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Ovviamente mi sono messa a pensare. E sì, è innegabile che l’Ulisse sia un capolavoro. Acclamato dalla critica , preso a modello dagli scrittori e – ribadisco – invidiato dagli aspiranti tali come me.

Ma la gente vera cosa ne pensa? Quella che i libri li compra sul serio, che li legge prima di andare a dormire, sotto all’ombrellone o sulla metropolitana. La gente che maledice le librerie perché un libro non costa mai meno di 11 euro e 50.

Sono andata su Amazon e mi sono messa a leggere le varie recensioni lasciate sotto le diverse edizioni e devo dire che sono rimasta piacevolmente sorpresa nello scoprire che il numero di quelli a favore, schiaccia di netto i contrari (l’edizione con più recensioni ne conta 47. Con il 57% di 5 stelle vs il 9% per una sola).

La parola che ricorre più spesso nelle recensioni mono stella è “masochismo”.

Esempio: “decidere di leggere questo libro è un atto di masochismo!”

Tralasciando tutto il trip mentale che mi sono fatta riflettendo sulla parola masochismo in relazione ai libri… Mi è venuto in mente parte di un commento su Joyce, elaborato da Nabokov, durante una delle sue lezioni di letteratura:

“Joyce è capace di trasformare tutto in un trucchetto, in un gioco di parole, in una trasposizione e in un eco di significati. Crea gemelli mostruosi dei verbi che pensavamo di conoscere, ed imitazioni di suoni. In questo, come nelle pesanti allusioni ed espressioni straniere, l’oscurità che produce è senza bisogni, senza chiarezza. Ma suggerimenti, solo suggerimenti per coloro che possono capire”

Quindi sì, probabilmente quello di scrivere un libro presuntuoso era proprio il suo piano. L’ha scritto come un rompicapo sveglia coscienze, fatto per pochi.

E qui è arrivata l’epifania

Sono inciampata in questo articolo un po’ datato e ho deciso di riprovarci con il proposito folle di leggere un capitolo al mese.

In fondo ogni giorno non è altro che un 16 giugno 1904, vestito da tempo che passa. E io sono una masochista.

Chi è con me?