Un adorabile cliché: parole d’amore a San Valentino

Oggi inaspettatamente mi trovo ad alimentare questa marea di articoli, post e immagini che invadono internet il giorno di San Valentino. Dico inaspettatamente perché non mi sarei mai aspettata di cadere in quel cliché di ragazza sdolcinata e romantica che scrive cose dolci il giorno della festa degli innamorati…e invece a volte non c’è niente di più giusto dei cliché. Se c’è una cosa in cui credo e in cui ho sempre creduto è che le parole e l’amore muovano il mondo…quindi cosa c’è di meglio di un po’ di parole d’amore?

Negli ultimi tempi ho notato come sia paradossale il fatto che siamo circondati d’amore e spesso neanche ce ne accorgiamo. Siamo troppo impegnati a credere che non esista, che l’ultima volta è andata male e non ci sarà nessuno in grado di amarci come chi ci ha amato prima. Oppure siamo rimasti talmente delusi e scottati che non ci prendiamo il rischio di crederci ancora, perché poi potrebbe fare male. Quando arriva però, l’amore, mica ti avverte, mica lo puoi controllare. Non lo sai, non te lo aspetti, giri l’angolo ed è lì, che tu fai pure un po’ di fatica a riconoscerlo. Poi però lo guardi bene, e capisci che è lui, perché vedi te.

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Perché l’amore non lo gestisci, non lo freni, arriva come una scossa, e ti fulmina e tu lo capisci subito che sei esattamente dove vorresti essere con chi vorresti essere. L’amore è quando ti tremano le gambe e non perché fa freddo, sono mani che si incastrano perfettamente, è fare la spesa insieme, è stare con i piedi per terra e la testa sulla luna, è fare tardi per tutto il resto ma essere in tempo con te stesso. L’amore sono soprannomi buffi, parole improbabili e sussurri all’orecchio. L’amore sono due occhi profondi che non smetteresti mai di guardarci dentro, e ogni volta che ci guardi ci vedi te stesso. L’amore è ridere insieme, di un film, di un amico, dei propri difetti. L’amore è non avere fame, è non avere sonno, è tornare a casa saltellando. È condividere il silenzio e non avere bisogno di parole, che a volte le parole sono superflue, che a volte la bocca dice una cosa ma gli occhi e il cuore ne dicono un’altra…e l’amore è anche quello, saper riconoscere che cosa dicono gli occhi dell’altro, anche quando ha paura. L’amore è avere coraggio per tutti e due. L’amore è fare un passo indietro per dare spazio, per poi capire che quel passo indietro è un passo avanti.

Prima di poter vivere questo però, è necessario ed indispensabile più di tutto, fare quella cosa che si dice sempre: amare sé stessi. Sembra facile detta così, che ci vuole? Ci vuole fatica e coraggio per riconoscere i propri desideri, per realizzarli, per concedersi la meraviglia ogni giorno, per non lasciarsi abbattere dalle delusioni, che inevitabilmente ci sono, ma trarre il buono da ogni cosa e portarlo con sé. E se non è facile amare noi stessi come pensiamo di poter davvero amare qualcun altro? Perché l’amore non è essere due metà di un intero, ma due interi che si riconoscono e si scelgono.

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Dunque, per quel poco che ne so, credo che sia questo l’amore, quando qualcuno ti riconosce, ti sceglie, si accorge che sei pronto, e ti mostra la magia, ti ci fa credere davvero. Ti mostra la bellezza che non riuscivi a vedere e che per lui è nitida, ti tiene per mano, ti guarda e ti vede, si vede. La parte più difficile viene se poi quel qualcuno quella magia un po’ la scorda, la perde. È la parte più dolorosa, che a volte ci fa mettere in dubbio tutto, che ci fa chiedere se fosse vero, che ci fa pensare che non sia giusto. È lì che non dobbiamo mai, mai, dimenticare. Perché se ci togliamo quel ricordo, se ci togliamo quei momenti, se perdiamo quei sorrisi, se perdiamo quegli occhi che ci facevano sentire bellissimi come non ci siamo sentiti mai, perdiamo anche le nostre possibilità di amare ed essere amati ancora, e crediamo che siano rimaste lì, in quel rapporto…e invece dobbiamo portarle con noi.

Ed eccolo qui il tanto chiacchierato “amore per noi stessi”, quando nonostante ci dispiaccia, nonostante il dolore, nonostante la fatica, noi ricordiamo tutto e continuiamo a sentirci bellissimi, in grado di amare e di essere amati…perché oramai lo sappiamo, perché un giorno qualcuno ci ha fatto vedere che è vero, che possiamo farlo…ed aveva ragione.

FIORE

Viola va in città

Nascere e crescere in un luogo a cui sai di non appartenere può essere due cose: una condanna o un motore potente. Per me è stato entrambi. Da ragazzina mi dimenavo cercando di affermarmi tramite ribellioni sciocche. Da piccola donna  ho colto la prima palla utile per andarmene via. 

La verità è che non so dire cosa ne sarebbe stato di me se fossi nata in qualsiasi altro angolo del mondo, in un angolo che trovassi felice. Se Roma non mi avesse  solleticato le piante dei piedi così ostinatamente da farmi aumentare il passo fino all’ombra delle Due Torri di Bologna, ai canali di San Pietroburgo, alle avenues senza fine di  New York…

e oggi Milano.

Proprio così, qualora vi stesse chiedendo che fine avessi fatto: ero impegnata a fare scatole e valigie.

Sono venuta a Milano un weekend di luglio, mi sono fatta un giro col sole e ho pensato
“ bella, mi trasferisco”. 

Mi piacerebbe che dietro ci fosse una storia avvincente su come io mi sia mossa per fare la scrittrice, o mi sia innamorata di qualcuno che pronuncia solo ed esclusivamente vocali chiuse; ma la realtà dei fatti è che ancora una volta mi sono fatta trascinare dalla mia pancia… e si, anche da un bel lavoro. 

Come scrissi già una volta, non qui e non ora, credo fermamente che la vita abbia il suo modo di realizzare i nostri desideri: a 13 anni tenevo un diario in comune con la mia amica del cuore, nella nostra immaginazione saremmo state due donne di successo e avremmo vissuto insieme in un attico a Manhattan. Beh oggi, febbraio 2019, siamo due donne con un sacco di progetti e viviamo insieme in un appartamento. 

Non sarà un attico a Manhattan, ma comunque…

In quest’ultima settimana ho vissuto in un frullatore:  sospesa tra il ciglio dell’ ignoto e la fiducia che mi è stata data da chi ha pensato che io fossi “ un lago placido a vederlo, la cui profondità non si  può misurare.” 

Ecco, non lo so. E’che questo inizio mi sembra più definitivo di altri… e anche per una come me, abituata a cercare il cambiamento, ad abbracciarlo e a goderne come se fosse una clausola imprescindibile per respirare – fa paura. 

Di nuovo mi culla la malinconia – l’unico sentimento davvero capace di restituirmi un’immagine coerente di me stessa: quella con il cappotto verde, che scrive veloce, che si lega i capelli usando le penne, e che mette in ordine per colore le bustine di zucchero ai tavoli dei bar.

In questa Milano che ancora non conosco, che non è grigia come mi aspettavo, che mi ha fatto tornare l’insonnia e che mi sta tentando di convincere a tutti i costi che i cornetti si chiamino brioche; io ci sono venuta senza scappare da nient’altro, ci sono venuta carica di positività ed energia: con una valigia di cose a vita alta e maglioni della nonna, che non saranno fashion week, ma chi se ne frega. 

Credo che le promesse più preziose siano quelle che facciamo a noi stessi: io sono salita su un treno con in testa il mantra di riprendermi il mio spazio e fare cose belle.

All’ultimo colloquio che ho fatto mi hanno chiesto che titolo darei alla mia vita- domanda per cui ho avuto (per una volta) una risposta senza esitare: “ The art of blooming” 

“L’arte di fiorire”

Una cosa di cui non si può fare meno, una cosa che non si impara: rinascere.

Per quanto riguarda la distanza tra me e Fiore…l’amore viaggia veloce.

Stay tuned 

Viola

“Figlia del mondo, con miliardi di fratelli.”

Ho viaggiato sola, ho scoperto, ho chiesto, ho fatto di necessità virtù. Ho capito che le persone possono essere una scoperta continua, che le culture degli altri sono un dono che può arricchirti, e non una barriera. Ho imparato che si può comunicare anche senza conoscere bene la lingua degli altri e che a volte si comunica di più senza parlare.
Ho condiviso la stanza con sconosciute, ho mangiato cibo diverso e bevuto caffè un po’ annacquato, e va benissimo così.
Ho conosciuto ragazzi provenienti da tante parti d’Europa, che per 9 giorni sono stati una famiglia, sono stati il mio “Enjoy your meal”, che mi prendevano in giro per la mia pronuncia, che “what is coatta?”, che mi hanno fatto tanto ridere, che hanno avuto più febbre loro in tre giorni che io in una vita.
Ieri, alla fine di questo meraviglioso viaggio, ci hanno chiesto come torniamo a casa. Io torno a casa felice e grata.

Grazie a SOS Europa e alle persone che ne fanno parte, per avermi permesso di fare questa esperienza ed aver visto in me la possibilità di crescere scoprendo cosa c’è al di là della paura.
Grazie a tutti coloro che hanno tanto lavorato a questo progetto, giorno e notte, per renderlo reale, per renderlo ciò che è stato: arricchente, pieno, bello.
Grazie all’UE che permette ai giovani di incontrarsi, di costruire qualcosa insieme, di scambiare, di essere parte di un tutto.
Grazie ad ogni singola persona che ho incontrato lì, a Galati, città della Romania..perché da ognuno ho imparato qualcosa.
Sono grata per i miei occhi, per quello che hanno visto, per quello che ancora vedranno. Grata per i sorrisi, per le parole nuove che ho imparato, per quelle che scriverò, per le storie, per la magia.
Stamattina, nostalgica e un po’ triste, ho aperto la porta da cui decine di volte ho fatto avanti e indietro questi giorni e ho visto questo, e ho capito che era un bel modo per andare.

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So guys, interessiamoci al mondo, a chi è diverso da noi, a chi non mangia come noi, a chi non pensa come noi, a chi non parla come noi, e forse capiremo sempre più, che prima di essere di qualsiasi cittadinanza, siamo tutti figli del mondo.
Io è così che torno casa: figlia del mondo, con miliardi di fratelli.

FIORE

BABBO NATALE ESISTE

Finalmente la notte più attesa e magica dell’anno sta per arrivare. È la notte in cui i bambini attendono con frenesia e stupore l’arrivo di Babbo Natale. È la notte in cui tutto sembra possibile, in cui i sogni sembrano potersi avverare. È la notte per la quale i bambini mesi prima hanno scritto una letterina piena di desideri. Quando si diventa grandi però, c’è qualcosa che un po’ si perde, è come se per qualcuno la magia svanisse, è come se qualcuno ci avesse tolto la penna per continuare a scrivere ogni giorno quella letterina, ed il Natale diventa un giorno come tutti gli altri, con l’eccezione che ci sono tante cose in più da comprare, tante persone da accontentare e tanto cibo da cucinare. Per me non è così.

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Il Natale non è solamente la festa dei bambini, il Natale è la festa di tutti coloro che si concedono di desiderare e che poi hanno anche il coraggio di realizzare quei desideri. È la festa di coloro che si battono per ritrovare quella penna dentro di loro e tornare ad avere un elenco infinito di cose da realizzare. Il Natale è la festa di chi crede in tutte le possibilità che ha. È la festa di chi crede che Babbo Natale esita.

Babbo Natale esiste quando amiamo, quando vogliamo il bene degli altri, quando facciamo una sorpresa, quando compriamo un regalo non tanto per farlo, ma perché significa qualcosa, e non pretendiamo nulla in cambio. Babbo Natale esiste quando facciamo ridere un bambino, quando scartiamo, stupiti e curiosi, un regalo.

Babbo Natale esiste quando comprendiamo i desideri delle persone che amiamo, gli diamo peso, ce ne prendiamo cura, non lasciamo che si sciupino, non lasciamo che appassiscano, e lottiamo con loro affinché possano realizzarli.

Babbo Natale esiste, e quando lo comprendiamo davvero, quelle mille cose in più da fare non saranno più un peso, quelle cose da comprare non saranno più solo cose, ma saranno cura. Quel cenone da cucinare, non sarà più solamente fatto di stancanti ore chiusi in cucina, ma sarà il desiderio di far contento qualcuno, di proporre qualcosa di nuovo, o qualcosa di tradizionale, ma farlo in maniera sempre diversa, perché è così che si ravvivano i rapporti collaudati, rendendoli sempre nuovi.

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Quelle persone non saranno più da accontentare, ma da rendere contente, davvero. Quella tavola da imbandire non sarà solo un abbinare la tovaglia ai tovaglioli, non sarà più posizionare le posate in maniera perfetta, ma sarà la voglia di stare insieme, e non importerà più se ci sarà una forchetta fuori posto, perché saranno le persone ad essere nel posto giusto, accanto a noi.

E allora può essere Natale tutti i giorni, perché quella penna e quella letterina non saranno più un ricordo remoto, non ci sarà più nessuno a negarci la magia e la meraviglia, ma potremo finalmente desiderare tutto, e andare a prenderlo.

Babbo Natale esiste, e siamo tutti noi.

Buon Natale

FIORE

Il foglio bianco

Mia nipote ha cinque giorni di vita. La prima volta che l’ho vista sbracciava dentro una scatola trasparente ed io, che vorrei tanto vivere in una bolla, un po’ l’ho invidiata. Lei non sa che esiste il mondo e infatti dorme serena. Quando la osservo mi viene in mente un foglio bianco, che poi è anche l’immagine su cui mi concentro tutte le volte in cui non voglio pensare a nulla. Penso anche alle prime volte, quelle che ho consumato io e tutte quelle che attendono lei.
Provo a mettermi nella sua pelle sottile, a immaginare il suo stupore quando il velo che le copre le pupille si sarà dissolto e subito mi attanaglia un grande non so che.

allora torno a pensare al foglio bianco…

Il foglio bianco mi dà conforto – anche se in qualità di aspirante scrittrice dovrei temerlo. Chi mi legge lo sa: non importa che le cose siano difficili, mi basta che siano possibili.

E cosa grida “possibilità” più di un foglio bianco?

Certo non è piacevole fissare il puntatore che lampeggia, ma il vero problema è svestirsi degli artifici, abbandonare le zavorre, dimenticare l’ansia da prestazione. Quel bisogno spasmodico di arricchire e infiocchettare mentre scriviamo e usiamo paroloni per paura di non sembrare abbastanza intelligenti o ricchi di significato.

È un meccanismo bastardo che attanaglia pure me, quando butto giù un’idea che mi sembrava geniale e poi mi ritrovo a chiedermi “che cazzo ho scritto”.

D’altronde l’ho detto… è la perseveranza che fa lo scrittore.

Mi domando quanto valgano i consigli che si trovano in giro “fai una scaletta”, “scrivi tutto ciò che ti viene in mente”, “poniti domande sulla tua storia” etc etc.

Se volete la mia: uscite a farvi una passeggiata.

Anche se piove…soprattutto quando piove.

A tal proposito mi è venuto in mente un pezzo che scrissi per il journal della scuola di scrittura per cui ho lavorato:

“[…] The ghost of the time passing quickly, it was now real.
New York has been in my mind since Kevin McCallister got lost in Home Alone 2, but there wasn’t any suite at Plaza hotel in my wishes.
When I was a child I wanted to be a writer and live in a penthouse without the kitchen.
Now I’m in New York and I work in a writing school; in the place where I live my room is on the top floor and there is no kitchen available to guests use.
I love to think that life has its own ways to make your dreams come true.
I was thinking about it, while I was seated on a bench in the middle of a small park where I’ve never been before.
The water in the fountain was making the air wet and I could feel my hair become frizzy; the City was quiet in an unrealistic way.
I put on my headphones and I started walking directionless.
Maybe not all those who wander are lost…”

Non so come abbia fatto un articolo sul blocco dello scrittore a diventare un flusso di coscienza sul senso di possibilità eppure è così…

scelgo di non correggerlo, di non riscriverlo.

Non credo nelle  storie da non raccontare, solo nelle armi segrete.

-VIOLA

L’Arminuta: vivere a schiena dritta

Nella complicità ci siamo salvate.” Così recita una delle frasi finali di un meraviglioso libro di Donatella Di Pietrantonio, “l’Arminuta”, che significa “la ritornata”. Per tutto il libro infatti la giovane protagonista verrà chiamata in questo modo e non avrà mai un nome. Da una vita felice ed idillica di bambina amata e coccolata, l’Arminuta viene catapultata in una realtà opposta, in una realtà di calci, di fame, di buchi allo stomaco e lacrime. Da una vita di agio in cui era l’unica figlia amata di quella che credeva essere sua madre, ad una tavola in cui non si sa se a cena ci sarà cibo per tutti, perché ci sono tante bocche da sfamare e tanti fratelli di cui non si conosceva l’esistenza, come dei genitori.

Due genitori che forse hanno provato ad amarla nel loro modo, e non è una colpa che il loro modo fosse quello dei silenzi, della terra, delle mani sporche, delle bocche affamate, ma non è bastato. Due genitori che riconoscevano in cuor loro quanto questa ritornata meritasse delle attenzioni diverse, che non sempre erano in grado di cogliere. Due genitori che, come quelli adottivi che l’hanno portata indietro, la trattavano come un pacco da mandare qua e là in base alle proprie esigenze, rispedita al mittente o inviata ad un nuovo destinatario. Nessuno però, di tutta questa gente da cui andava e veniva, le ha spiegato perché, nessuno le ha mai spiegato “a chi appartiene” davvero.

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In quella nuova casa però, ci sarà una persona che la tratterà con amore, che la aspetterà di ritorno dalle sue gite in città, che riconoscerà più di tutti il suo meritare di più, che si ribellerà l’unica volta in cui vedrà sua madre prenderla a schiaffi, ed è sua sorella Adriana. La più piccola fra le due, quella che sapeva di più sul quel mondo contadino, che l’ha introdotta a quella realtà rurale, che le ha spiegato che “Tu se vuoi sta’ ecco, i verbi te li devi impara’ pure in dialetto.” “Nella complicità ci siamo salvate” è proprio a lei che si riferisce, alla loro lotta, al loro prendersi per mano, al loro riconoscersi, al loro essere così tanto diverse, eppure così tanto uguali nel bisogno d’essere amate ed ascoltate.

Nella complicità ci siamo salvate” significa che per quanto ci abbiano fatto male, per quanto non ci abbiano riconosciuto, per quanto non ci abbiano visto, c’è sempre qualcuno a ricordarci che forse qualche possibilità nella vita ce l’abbiamo, qualcuno in grado di farci comprendere che si può amare ed essere amati senza farsi del male, qualcuno che ci fa venire voglia di fare lo stesso con lui, che ci fa venire voglia di mostrargli le meraviglie che è, e che non vede, qualcuno in grado di farci scoprire il bello che è in noi anche e soprattutto quando noi non siamo in grado di vederlo. È qualcuno negli occhi del quale ci riconosciamo senza bisogno di parlare, e ci vediamo belli, perché è così che ci si sente belli davvero, attraverso gli occhi di chi ci ama, perché sono sinceri, puliti, e ci fanno da specchio.

“Nella complicità ci siamo salvate” è qualcuno che ti dice di raddrizzare le spalle, di stare dritto con la schiena, perché stare con la schiena dritta è un modo di vivere, è un atteggiamento, ed una cosa che ho imparato è che tutte le persone che mi amano, almeno una volta nella vita, mi hanno detto di stare dritta con le spalle. Un po’ come fa il padre dell’Arminuta, quando la accompagna per lasciarla ad una terza famiglia che si prenderà cura di lei per un periodo. La ragazza infatti dice “Parlava come se fossi sua. Non si era mai preoccupato per me e neanche per gli altri figli, veramente. O forse ero io che non l’avevo visto. Ho abbassato la testa per l’emozione. – Raddrizza ‘sse spalle, sennò ti sgobbi.- La pacca è arrivata vigorosa e correttiva.” Stare con la schiena dritta è essere fieri, essere presenti a se stessi, essere saldi, essere pronti e aperti al mondo, essere disposti a dare e a ricevere, essere. “Stai dritta con la schiena!” per me non è un imperativo, è una dichiarazione d’amore.

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Nella complicità ci siamo salvate” è questo: avere qualcuno che ti dica di stare dritto con la schiena quando ti vede gobbo, e non perché fa piacere lui, ma perché vuole che tu veda il mondo. “Nella complicità ci siamo salvateè avere qualcuno con cui vivere e scoprire il mondo spalla a spalla.

Nella complicità ci siamo salvate” è l’Arminuta che grazie al rapporto con Adriana non sarà più solo una ritornata, ma potrà chiamarsi col suo nome, trovare la sua identità, salvarsi, decidere finalmente non più “di chi essere”, ma “chi essere” e presentarsi al mondo, a schiena dritta.

FIORE

Libri del cuore di quando ero bambina

Presto il mio universo diventerà qualche kg più pesante; mia sorella sarà una mamma e io una zia. Sulla porta appenderemo un fiocco rosa, e anche se un po’ mi fa paura credo che al mondo ci sia bisogno di qualche ragazza in più.

Questo avvenimento ordinariamente straordinario mi ha fatto tornare indietro con la memoria, mi sono impegnata per ricordarmi come ero da bambina e anche se i miei ricordi sono piuttosto frastagliati c’è sempre una costante:

Indovinate quale… I libri!

Devo a mia madre e alla mia timidezza la mia passione per la lettura e questa è una cosa che non vedo l’ora di condividere e trasmettere anche a mia nipote.

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Ecco alcuni dei miei libri del cuore di quando ero bambina:

Geronimo Stilton – Elisabetta Dami

Un topo laureato in Letteratura Rattica, editore e giornalista con la passione per la scrittura. Basterebbe questo a spiegare il fascino che questo personaggio ha esercitato su di me da bambina. Geronimo vive una serie di avventure straordinarie raccontate in oltre 48 libri che io ho amato, letto e riletto.

Il mio preferito è proprio il primissimo della sagra : Il misterioso manoscritto di Nostratopus

Molly Moon – Georgia Byng

Un’orfana confinata in un orfanotrofio diretto dalla cattivissima Miss Adderson, in biblioteca trova un misterioso libro sull’ipnosi, lo sottrae e diventa un master in questa disciplina. Ipnotismo dopo ipnotismo Molly intraprenderà un viaggio destinazione USA alla ricerca del suo migliore amico, adottato da una famiglia americana. Inseguita dal perfido professor Nockman e accompagnata da carlino Petula vivrà mille avventure.

Molly è la prova che un libro può cambiarti la vita.

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Ascolta il mio cuore – Bianca Pitzorno

Tre amiche: Elisa, Prisca, Rosalba si uniscono contro la crudele insegnante Arpia Sferza, che pratica in classe la discriminazione e il classismo. Come tre vere eroine le bambine si uniranno contro le ingiustizie in attesa della vendetta che – come si sa- è un pasto da servire freddo.

Cara Prisca, se a scuola sono stata un ribelle è solo colpa tua! Questo libro è un must have nella libreria di qualsiasi undicenne.

Piccole donne – Louisa May Alcott

Meg, Jo, Beth e Amy sono quattro sorelle che imparano a diventare grandi insieme. Le seguiamo in un anno di vita  tra litigi e riappacificazioni, sogni, paure, speranze e nuove amicizie.

Questo libro mi è stato regalato da mia nonna in una stupenda edizione vintage, da custodire gelosamente tutta la vita.

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Mentre scrivo la mia mente si riempie di ricordi, di titoli e di risate:

ci sono le banane blu e La magica casa sull’albero. C’è Amandina Imbranandà strega passaguai , il mio primo furto letterario – scusami biblioteca della scuola elementare per non avertelo mai restituito – C’è Nina De Nobili, La bambina della sesta luna , tutti i Primi classici per i più piccoli , Harry Potter, e poi Gianni Rodari.

Storie straordinarie che rimesse tutte insieme, sono più me stessa di quanto non sia io.

Ah si…Greta, ti aspetto!

ZIA VIOLA

 

La principessa che credeva nelle favole

Oggi voglio raccontarvi la storia di una principessa, Vittoria, la protagonista del libro “La principessa che credeva nelle favole”, di Marcia Grad Powers.

Alla nostra principessa è stato insegnato, sin da bambina, che certe cose non si possono fare, certe cose non si possono dire, che una principessa che si rispetti non può cantare e ballare in camera sua liberamente. Una principessa che si rispetti deve chiudere a chiave in un armadio tutti i suoi desideri, a più mandate, per essere sicura che non escano più, per essere sicura che non la disturbino, che non le creino problemi, perché le hanno sempre detto che così com’era, lei, non andava bene.

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La nostra Vittoria diventa dunque una principessa rispettabile, come tutte le altre, che conosce le buone maniere, che va bene a scuola, che è educata, che segue tutte le regole che le hanno insegnato, che aspetta alla porta che un giorno arrivi un principe a salvarla, un principe che le porti la felicità. Quando questo principe arriva nella sua vita, sembra che sia venuto davvero a portare il “vissero felici e contenti”. Apparentemente dunque Vittoria ha tutto quello che le serve per essere felice, ma sente dentro che le manca ancora qualcosa, perché lei, felice e contenta, non ci si sente mai.

Con molte delusioni e dubbi, incontrerà per la sua strada dei personaggi molto importanti per lei, che saranno in grado di mostrarle la bellezza delle cose, che la accompagneranno in un faticoso e meraviglioso viaggio, che le faranno capire che non ci sono delle regole che stabiliscono chi dobbiamo essere, che saranno in grado di mostrarle come nessuno le abbia tolto i sogni, ma sia stata lei stessa a farlo, che le mostreranno che la felicità non è un avere ma un essere.

<<A volte mi è capitato di pensare che non ero degna di essere amata>> confessò, le labbra tremanti per l’emozione. <<Povero tesoro>> esclamò il mago, afferrandola per le spalle e fissandola negli occhi. << Tu sei sempre stata degna di essere amata, non per via di quello che dicevi o meno e di ciò che facevi, ma semplicemente perché sei figlia dell’universo. È arrivato il momento di rendere il giusto onore a tutto ciò che hai disprezzato per gran parte della tua esistenza.>>

È per questo che oggi voglio parlare della principessa Vittoria, perché la principessa Vittoria siamo stati e siamo noi, tutti i giorni.

Siamo Vittoria quando crediamo che la nostra felicità dipenda dagli altri, quando lasciamo il potere agli altri di cambiare le cose per noi, quando non scegliamo, quando ci accontentiamo, quando chiudiamo i nostri sogni in una scatola dando la colpa al mondo, dicendo che non ci riusciamo, che non c’è un modo, che non è vero che possiamo farlo, che non possiamo desiderare, che non possiamo amare, che non siamo degni di essere amati.

Siamo Vittoria quando siamo delusi, arrabbiati, offesi. Siamo Vittoria quando ci fanno male, quando non ci vedono, quando ci calpestano, quando ci facciamo togliere i sogni da chi non è in grado di amarci e poi lo crediamo ladro.

 

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 Siamo Vittoria anche quando lottiamo però, siamo Vittoria quando comprendiamo finalmente che non esiste nessun principe azzurro che deve venire a salvarci, se non siamo noi i primi a salvarci da soli, ad amarci per quello che siamo, a modificare quello che non ci piace e a dare valore, peso e corpo a tutte le infinite possibilità che abbiamo dentro.

Siamo Vittoria quando comprendiamo di meritare l’amore, quando troviamo la possibilità di amare, quando andiamo a riaprire quel cassetto in cui avevamo chiuso tutti i nostri sogni e ricominciamo a cantare e ballare.

Siamo Vittoria quando finalmente capiamo che forse le favole non esistono per come ce le raccontano, ma per come le viviamo. Siamo Vittoria quando troviamo dei rapporti che ci sanno vedere e ci mostrano la nostra bellezza quando noi non riusciamo a farlo. Siamo Vittoria quando capiamo che siamo noi la favola più bella che possiamo mai raccontare a qualcuno e quando capiamo che è giusto raccontarla solo a chi ha la capacità, e soprattutto il desiderio, di ascoltarla.

<<Ne hai fatta di strada>> si complimentò Doc. <<Un tempo avevi bisogno di amare per sentirti bene. Adesso puoi scegliere di amare perché ti senti bene.>>Continua a leggere “La principessa che credeva nelle favole”

I tratti dello scrittore

Lo zapping ormai è uno sport che si pratica su Instagram e io personalmente ne sono medaglia d’oro. Tra i vari tea detox e le varie foto di vacanze in posti esotici, ho notato una tendenza che mi ha fatto riflettere non poco.

Una buona percentuale di influencer e blogger ad un certo punto della loro carriera sui social, si ritrova a pubblicare libri. Si svegliano un giorno con il loro nome su una cover e sono scrittori.

Mi sono trovata a pormi una marea di domande, non tanto sull’effettive doti narrative di questi profili, quanto su ciò che davvero conta per farsi pubblicare.

Cosa cercano gli editori o gli agenti editoriali nel prossimo grande best seller? L’unica risposta che sono riuscita a darmi è: il numero dei followers.

I followers su Instagram sono una vera e propria valuta – Re Mida che può trasformare tutto in oro. Ed è inutile negare che questa armata di “segui” ha saputo sfondare anche il muro dell’editoria, che propone libri che andranno già in ristampa ancora prima di essere pubblicati.

Io ho molta fiducia nei media, ma ho più fiducia nelle parole e circa ogni giorno mi chiedo: “ io ce l’ho? Ho quello che serve per diventare scrittrice? Posseggo o no quella forza misteriosa e ineffabile?”

Nè io, né nessun altro è stato capace di darmi una risposta certa e probabilmente non ce n’è una; tuttavia qualche idea me la sono fatta e non credo dipenda dai followers.

NB:  miei pensieri non sono supportati dalla scienza, dalla statistica o da altro di comprovabile.

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In primis, credo che ciò che serva sia un amore spassionato per la lingua.
Gli scrittori divorano le parole; ci fanno l’amore e gli danno la vita. Vi capita mai di leggere qualcosa, una frase o un periodo così ben scritto da farvi sciogliere e pensare solamente “ come?” La sensibilità nei confronti della lingua è ciò che banalmente viene definita “talento”. Io personalmente sono diffidente rispetto all’utilizzo di questo vocabolo quando si parla di scrittura. Credo che possa essere riduttivo e fuorviante chiedersi “ho talento?”  Io personalmente preferisco sprofondare.

La devozione alla lingua in cui si scrive deve andare di pari passo con la sensibilità e nutrirsi di essa. Una spiccata sensibilità stimola l’immaginazione, in cosa si sublima? Per me nelle metafore, nella luce del sole a mezzogiorno che si oppone al tramonto, oppure al rumore della pioggia contro un vetro per descrivere la tristezza. Essere cosciente del mondo circostante e della porosità del proprio io, è ciò che spinge uno scrittore ad afferrare il mondo e a riversarlo sulla pagina.

Per scrivere bisogna essere testardi, bisogna avere coerenza e perseveranza nel fare. Per citare il  il premio Nobel Orhan Pamuk: “Il segreto dello scrittore non è l’ispirazione, non è mai chiaro da dove provenga; ma è la sua testardaggine, la sua pazienza. Come recita un detto turco che sembra pensato per gli scrittori – scavare il pozzo con un ago “

Tra i tratti necessari il più insolito è forse la capacità di illudersi. Quando parlo di illusione non parlo di un delirio ma piuttosto di quell’energia che fa progredire in imprese poco chiare o difficili, come appunto può essere sedere di fronte a un foglio bianco e dire “mo’ scrivo un romanzo”. Scrivere è una delle imprese più impegnative in assoluto; cominci dal nulla, da questo nulla si crea un casino, lo butti fuori, lo rivedi e lo organizzi.

Il rumore che fa quel nulla non si può ignorare, così come non si può sottovalutare l’energia necessaria che occorre per creare qualcosa da quel nulla. Come si fa a vivere in questa incertezza? La chiave è questa: illusione + lavoro diligente (anche quando sembra di stare sprecando tempo).

Questi punti offrono a uno scrittore la cosa più preziosa: una possibilità e ogni volta che si comincia a battere su una tastiera è una possibilità di fare bene, di trovare una bellezza che non si sapeva esistesse e di scavare una verità che non si pensava fosse vera.

Ciò che conta è l’esperienza tra il tuo io, lo scrittore, i pensieri, i mostri che vivono dentro di te, e le parole fissate giorno dopo giorno sulla pagina – anche senza followers.

-VIOLA

Il tempo migliore

Quante volte ci siamo sentiti fuori tempo rispetto agli altri? Rispetto all’università, rispetto al lavoro, rispetto all’amore. Quante volte ci sentiamo fuori tempo, in ritardo, o a volte anche in anticipo nelle cose che facciamo? Quante volte il tempo esterno ci sembra non corrisponda davvero a pieno al nostro tempo interno? Tante…ed è proprio lì che ci perdiamo. Quando crediamo che sia più importante quello che c’è fuori rispetto a quello che c’è dentro. A volte si ha come l’impressione che da un momento all’altro possa sbucare il Bianconiglio a ricordarci quanto è tardi.

 

Certamente viviamo in un mondo che ci chiede ogni giorno delle risposte, in un mondo che ci vuole sempre pronti, sempre attenti, al nostro posto, nell’anno giusto, nel lavoro giusto, con la persona giusta, nel ruolo giusto per la nostra età. Ma quante volte ci capita, anche da adulti, di renderci conto di vivere in una realtà che poi non ci appartiene a pieno? Di scoprire che il lavoro che facciamo non è quello che vogliamo davvero? Di scoprire che le persone che abbiamo accanto non ci comprendono davvero? E quanto fa paura cambiare tutto questo?

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È in quelle paure che più di tutto sentiamo il nostro ritardo, sentiamo di stare indietro…è nell’impossibilità di poter cambiare le cose che non stiamo più nel nostro tempo. Ed allora siamo davvero in ritardo? Io credo di no. Credo che ci troviamo esattamente dove dobbiamo essere, credo che sia stato il nostro personale vissuto – diverso per ciascuno – che ci ha condotti ad essere le persone di oggi, e ciò che siamo oggi ci porterà ad essere le persone di domani. Ogni esperienza, ogni viaggio, ogni persona incontrata, ogni dolore, ogni paura, ogni realizzazione sono state tutte cose che ci hanno reso degli esseri umani diversi rispetto a prima, e lo hanno fatto esattamente nel tempo in cui sono avvenute.

Non c’è mai vita persa, non c’è mai tempo buttato. Nulla è andato perduto, poiché viene tutto insieme a noi, e tutto, anche le cose che abbiamo sbagliato, anche le persone che ci hanno ferito, anche le cose che abbiamo fatto e quelle che non abbiamo fatto, ci sono servite. Non le abbiamo fatte non perché siamo in ritardo, ma perché siamo nel nostro tempo. Le abbiamo fatte non perché siamo in anticipo, ma perché siamo nel nostro tempo.

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E allora possiamo stare tranquilli perché non c’è bisogno di correre come dei pazzi come il Bianconiglio, perché le nostre meraviglie non hanno scadenza, perché le cose non avvengono presto o tardi, perché i sentimenti non sono errori, perché gli errori non sono sentenze, perché le persone non sono tempo perso. Sono l’affetto che abbiamo messo in quel rapporto, sono l’investimento che abbiamo messo nel credere nei nostri sogni, siamo noi che ci mettiamo in gioco, e se ancora non abbiamo avuto il coraggio di osare, di fare, di cambiare, è perché quello è il nostro tempo, che, se necessario, può essere anche un tempo di attesa, ed anche l’attesa ha il suo valore, ha il suo significato…e non è una colpa.

Se non sappiamo cosa fare, se ci sembra di aver perduto tutto, se ci sembra di dover ricominciare da zero, è perché non ci concediamo di scoprire in realtà che cos’è che ci piace davvero, non ci concediamo di andare a prenderlo, non ci concediamo di sbagliare e riprovare, e provare ancora, fino alla fine, fino a perdonare i nostri errori, fino a cullare le nostre paure, fino ad accettare noi stessi, fino ad accettare il nostro tempo, che solo allora, sarà il nostro tempo migliore.

FIORE