“Figlia del mondo, con miliardi di fratelli.”

Ho viaggiato sola, ho scoperto, ho chiesto, ho fatto di necessità virtù. Ho capito che le persone possono essere una scoperta continua, che le culture degli altri sono un dono che può arricchirti, e non una barriera. Ho imparato che si può comunicare anche senza conoscere bene la lingua degli altri e che a volte si comunica di più senza parlare.
Ho condiviso la stanza con sconosciute, ho mangiato cibo diverso e bevuto caffè un po’ annacquato, e va benissimo così.
Ho conosciuto ragazzi provenienti da tante parti d’Europa, che per 9 giorni sono stati una famiglia, sono stati il mio “Enjoy your meal”, che mi prendevano in giro per la mia pronuncia, che “what is coatta?”, che mi hanno fatto tanto ridere, che hanno avuto più febbre loro in tre giorni che io in una vita.
Ieri, alla fine di questo meraviglioso viaggio, ci hanno chiesto come torniamo a casa. Io torno a casa felice e grata.

Grazie a SOS Europa e alle persone che ne fanno parte, per avermi permesso di fare questa esperienza ed aver visto in me la possibilità di crescere scoprendo cosa c’è al di là della paura.
Grazie a tutti coloro che hanno tanto lavorato a questo progetto, giorno e notte, per renderlo reale, per renderlo ciò che è stato: arricchente, pieno, bello.
Grazie all’UE che permette ai giovani di incontrarsi, di costruire qualcosa insieme, di scambiare, di essere parte di un tutto.
Grazie ad ogni singola persona che ho incontrato lì, a Galati, città della Romania..perché da ognuno ho imparato qualcosa.
Sono grata per i miei occhi, per quello che hanno visto, per quello che ancora vedranno. Grata per i sorrisi, per le parole nuove che ho imparato, per quelle che scriverò, per le storie, per la magia.
Stamattina, nostalgica e un po’ triste, ho aperto la porta da cui decine di volte ho fatto avanti e indietro questi giorni e ho visto questo, e ho capito che era un bel modo per andare.

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So guys, interessiamoci al mondo, a chi è diverso da noi, a chi non mangia come noi, a chi non pensa come noi, a chi non parla come noi, e forse capiremo sempre più, che prima di essere di qualsiasi cittadinanza, siamo tutti figli del mondo.
Io è così che torno casa: figlia del mondo, con miliardi di fratelli.

FIORE

BABBO NATALE ESISTE

Finalmente la notte più attesa e magica dell’anno sta per arrivare. È la notte in cui i bambini attendono con frenesia e stupore l’arrivo di Babbo Natale. È la notte in cui tutto sembra possibile, in cui i sogni sembrano potersi avverare. È la notte per la quale i bambini mesi prima hanno scritto una letterina piena di desideri. Quando si diventa grandi però, c’è qualcosa che un po’ si perde, è come se per qualcuno la magia svanisse, è come se qualcuno ci avesse tolto la penna per continuare a scrivere ogni giorno quella letterina, ed il Natale diventa un giorno come tutti gli altri, con l’eccezione che ci sono tante cose in più da comprare, tante persone da accontentare e tanto cibo da cucinare. Per me non è così.

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Il Natale non è solamente la festa dei bambini, il Natale è la festa di tutti coloro che si concedono di desiderare e che poi hanno anche il coraggio di realizzare quei desideri. È la festa di coloro che si battono per ritrovare quella penna dentro di loro e tornare ad avere un elenco infinito di cose da realizzare. Il Natale è la festa di chi crede in tutte le possibilità che ha. È la festa di chi crede che Babbo Natale esita.

Babbo Natale esiste quando amiamo, quando vogliamo il bene degli altri, quando facciamo una sorpresa, quando compriamo un regalo non tanto per farlo, ma perché significa qualcosa, e non pretendiamo nulla in cambio. Babbo Natale esiste quando facciamo ridere un bambino, quando scartiamo, stupiti e curiosi, un regalo.

Babbo Natale esiste quando comprendiamo i desideri delle persone che amiamo, gli diamo peso, ce ne prendiamo cura, non lasciamo che si sciupino, non lasciamo che appassiscano, e lottiamo con loro affinché possano realizzarli.

Babbo Natale esiste, e quando lo comprendiamo davvero, quelle mille cose in più da fare non saranno più un peso, quelle cose da comprare non saranno più solo cose, ma saranno cura. Quel cenone da cucinare, non sarà più solamente fatto di stancanti ore chiusi in cucina, ma sarà il desiderio di far contento qualcuno, di proporre qualcosa di nuovo, o qualcosa di tradizionale, ma farlo in maniera sempre diversa, perché è così che si ravvivano i rapporti collaudati, rendendoli sempre nuovi.

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Quelle persone non saranno più da accontentare, ma da rendere contente, davvero. Quella tavola da imbandire non sarà solo un abbinare la tovaglia ai tovaglioli, non sarà più posizionare le posate in maniera perfetta, ma sarà la voglia di stare insieme, e non importerà più se ci sarà una forchetta fuori posto, perché saranno le persone ad essere nel posto giusto, accanto a noi.

E allora può essere Natale tutti i giorni, perché quella penna e quella letterina non saranno più un ricordo remoto, non ci sarà più nessuno a negarci la magia e la meraviglia, ma potremo finalmente desiderare tutto, e andare a prenderlo.

Babbo Natale esiste, e siamo tutti noi.

Buon Natale

FIORE

Il foglio bianco

Mia nipote ha cinque giorni di vita. La prima volta che l’ho vista sbracciava dentro una scatola trasparente ed io, che vorrei tanto vivere in una bolla, un po’ l’ho invidiata. Lei non sa che esiste il mondo e infatti dorme serena. Quando la osservo mi viene in mente un foglio bianco, che poi è anche l’immagine su cui mi concentro tutte le volte in cui non voglio pensare a nulla. Penso anche alle prime volte, quelle che ho consumato io e tutte quelle che attendono lei.
Provo a mettermi nella sua pelle sottile, a immaginare il suo stupore quando il velo che le copre le pupille si sarà dissolto e subito mi attanaglia un grande non so che.

allora torno a pensare al foglio bianco…

Il foglio bianco mi dà conforto – anche se in qualità di aspirante scrittrice dovrei temerlo. Chi mi legge lo sa: non importa che le cose siano difficili, mi basta che siano possibili.

E cosa grida “possibilità” più di un foglio bianco?

Certo non è piacevole fissare il puntatore che lampeggia, ma il vero problema è svestirsi degli artifici, abbandonare le zavorre, dimenticare l’ansia da prestazione. Quel bisogno spasmodico di arricchire e infiocchettare mentre scriviamo e usiamo paroloni per paura di non sembrare abbastanza intelligenti o ricchi di significato.

È un meccanismo bastardo che attanaglia pure me, quando butto giù un’idea che mi sembrava geniale e poi mi ritrovo a chiedermi “che cazzo ho scritto”.

D’altronde l’ho detto… è la perseveranza che fa lo scrittore.

Mi domando quanto valgano i consigli che si trovano in giro “fai una scaletta”, “scrivi tutto ciò che ti viene in mente”, “poniti domande sulla tua storia” etc etc.

Se volete la mia: uscite a farvi una passeggiata.

Anche se piove…soprattutto quando piove.

A tal proposito mi è venuto in mente un pezzo che scrissi per il journal della scuola di scrittura per cui ho lavorato:

“[…] The ghost of the time passing quickly, it was now real.
New York has been in my mind since Kevin McCallister got lost in Home Alone 2, but there wasn’t any suite at Plaza hotel in my wishes.
When I was a child I wanted to be a writer and live in a penthouse without the kitchen.
Now I’m in New York and I work in a writing school; in the place where I live my room is on the top floor and there is no kitchen available to guests use.
I love to think that life has its own ways to make your dreams come true.
I was thinking about it, while I was seated on a bench in the middle of a small park where I’ve never been before.
The water in the fountain was making the air wet and I could feel my hair become frizzy; the City was quiet in an unrealistic way.
I put on my headphones and I started walking directionless.
Maybe not all those who wander are lost…”

Non so come abbia fatto un articolo sul blocco dello scrittore a diventare un flusso di coscienza sul senso di possibilità eppure è così…

scelgo di non correggerlo, di non riscriverlo.

Non credo nelle  storie da non raccontare, solo nelle armi segrete.

-VIOLA

L’Arminuta: vivere a schiena dritta

Nella complicità ci siamo salvate.” Così recita una delle frasi finali di un meraviglioso libro di Donatella Di Pietrantonio, “l’Arminuta”, che significa “la ritornata”. Per tutto il libro infatti la giovane protagonista verrà chiamata in questo modo e non avrà mai un nome. Da una vita felice ed idillica di bambina amata e coccolata, l’Arminuta viene catapultata in una realtà opposta, in una realtà di calci, di fame, di buchi allo stomaco e lacrime. Da una vita di agio in cui era l’unica figlia amata di quella che credeva essere sua madre, ad una tavola in cui non si sa se a cena ci sarà cibo per tutti, perché ci sono tante bocche da sfamare e tanti fratelli di cui non si conosceva l’esistenza, come dei genitori.

Due genitori che forse hanno provato ad amarla nel loro modo, e non è una colpa che il loro modo fosse quello dei silenzi, della terra, delle mani sporche, delle bocche affamate, ma non è bastato. Due genitori che riconoscevano in cuor loro quanto questa ritornata meritasse delle attenzioni diverse, che non sempre erano in grado di cogliere. Due genitori che, come quelli adottivi che l’hanno portata indietro, la trattavano come un pacco da mandare qua e là in base alle proprie esigenze, rispedita al mittente o inviata ad un nuovo destinatario. Nessuno però, di tutta questa gente da cui andava e veniva, le ha spiegato perché, nessuno le ha mai spiegato “a chi appartiene” davvero.

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In quella nuova casa però, ci sarà una persona che la tratterà con amore, che la aspetterà di ritorno dalle sue gite in città, che riconoscerà più di tutti il suo meritare di più, che si ribellerà l’unica volta in cui vedrà sua madre prenderla a schiaffi, ed è sua sorella Adriana. La più piccola fra le due, quella che sapeva di più sul quel mondo contadino, che l’ha introdotta a quella realtà rurale, che le ha spiegato che “Tu se vuoi sta’ ecco, i verbi te li devi impara’ pure in dialetto.” “Nella complicità ci siamo salvate” è proprio a lei che si riferisce, alla loro lotta, al loro prendersi per mano, al loro riconoscersi, al loro essere così tanto diverse, eppure così tanto uguali nel bisogno d’essere amate ed ascoltate.

Nella complicità ci siamo salvate” significa che per quanto ci abbiano fatto male, per quanto non ci abbiano riconosciuto, per quanto non ci abbiano visto, c’è sempre qualcuno a ricordarci che forse qualche possibilità nella vita ce l’abbiamo, qualcuno in grado di farci comprendere che si può amare ed essere amati senza farsi del male, qualcuno che ci fa venire voglia di fare lo stesso con lui, che ci fa venire voglia di mostrargli le meraviglie che è, e che non vede, qualcuno in grado di farci scoprire il bello che è in noi anche e soprattutto quando noi non siamo in grado di vederlo. È qualcuno negli occhi del quale ci riconosciamo senza bisogno di parlare, e ci vediamo belli, perché è così che ci si sente belli davvero, attraverso gli occhi di chi ci ama, perché sono sinceri, puliti, e ci fanno da specchio.

“Nella complicità ci siamo salvate” è qualcuno che ti dice di raddrizzare le spalle, di stare dritto con la schiena, perché stare con la schiena dritta è un modo di vivere, è un atteggiamento, ed una cosa che ho imparato è che tutte le persone che mi amano, almeno una volta nella vita, mi hanno detto di stare dritta con le spalle. Un po’ come fa il padre dell’Arminuta, quando la accompagna per lasciarla ad una terza famiglia che si prenderà cura di lei per un periodo. La ragazza infatti dice “Parlava come se fossi sua. Non si era mai preoccupato per me e neanche per gli altri figli, veramente. O forse ero io che non l’avevo visto. Ho abbassato la testa per l’emozione. – Raddrizza ‘sse spalle, sennò ti sgobbi.- La pacca è arrivata vigorosa e correttiva.” Stare con la schiena dritta è essere fieri, essere presenti a se stessi, essere saldi, essere pronti e aperti al mondo, essere disposti a dare e a ricevere, essere. “Stai dritta con la schiena!” per me non è un imperativo, è una dichiarazione d’amore.

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Nella complicità ci siamo salvate” è questo: avere qualcuno che ti dica di stare dritto con la schiena quando ti vede gobbo, e non perché fa piacere lui, ma perché vuole che tu veda il mondo. “Nella complicità ci siamo salvateè avere qualcuno con cui vivere e scoprire il mondo spalla a spalla.

Nella complicità ci siamo salvate” è l’Arminuta che grazie al rapporto con Adriana non sarà più solo una ritornata, ma potrà chiamarsi col suo nome, trovare la sua identità, salvarsi, decidere finalmente non più “di chi essere”, ma “chi essere” e presentarsi al mondo, a schiena dritta.

FIORE

Libri del cuore di quando ero bambina

Presto il mio universo diventerà qualche kg più pesante; mia sorella sarà una mamma e io una zia. Sulla porta appenderemo un fiocco rosa, e anche se un po’ mi fa paura credo che al mondo ci sia bisogno di qualche ragazza in più.

Questo avvenimento ordinariamente straordinario mi ha fatto tornare indietro con la memoria, mi sono impegnata per ricordarmi come ero da bambina e anche se i miei ricordi sono piuttosto frastagliati c’è sempre una costante:

Indovinate quale… I libri!

Devo a mia madre e alla mia timidezza la mia passione per la lettura e questa è una cosa che non vedo l’ora di condividere e trasmettere anche a mia nipote.

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Ecco alcuni dei miei libri del cuore di quando ero bambina:

Geronimo Stilton – Elisabetta Dami

Un topo laureato in Letteratura Rattica, editore e giornalista con la passione per la scrittura. Basterebbe questo a spiegare il fascino che questo personaggio ha esercitato su di me da bambina. Geronimo vive una serie di avventure straordinarie raccontate in oltre 48 libri che io ho amato, letto e riletto.

Il mio preferito è proprio il primissimo della sagra : Il misterioso manoscritto di Nostratopus

Molly Moon – Georgia Byng

Un’orfana confinata in un orfanotrofio diretto dalla cattivissima Miss Adderson, in biblioteca trova un misterioso libro sull’ipnosi, lo sottrae e diventa un master in questa disciplina. Ipnotismo dopo ipnotismo Molly intraprenderà un viaggio destinazione USA alla ricerca del suo migliore amico, adottato da una famiglia americana. Inseguita dal perfido professor Nockman e accompagnata da carlino Petula vivrà mille avventure.

Molly è la prova che un libro può cambiarti la vita.

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Ascolta il mio cuore – Bianca Pitzorno

Tre amiche: Elisa, Prisca, Rosalba si uniscono contro la crudele insegnante Arpia Sferza, che pratica in classe la discriminazione e il classismo. Come tre vere eroine le bambine si uniranno contro le ingiustizie in attesa della vendetta che – come si sa- è un pasto da servire freddo.

Cara Prisca, se a scuola sono stata un ribelle è solo colpa tua! Questo libro è un must have nella libreria di qualsiasi undicenne.

Piccole donne – Louisa May Alcott

Meg, Jo, Beth e Amy sono quattro sorelle che imparano a diventare grandi insieme. Le seguiamo in un anno di vita  tra litigi e riappacificazioni, sogni, paure, speranze e nuove amicizie.

Questo libro mi è stato regalato da mia nonna in una stupenda edizione vintage, da custodire gelosamente tutta la vita.

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Mentre scrivo la mia mente si riempie di ricordi, di titoli e di risate:

ci sono le banane blu e La magica casa sull’albero. C’è Amandina Imbranandà strega passaguai , il mio primo furto letterario – scusami biblioteca della scuola elementare per non avertelo mai restituito – C’è Nina De Nobili, La bambina della sesta luna , tutti i Primi classici per i più piccoli , Harry Potter, e poi Gianni Rodari.

Storie straordinarie che rimesse tutte insieme, sono più me stessa di quanto non sia io.

Ah si…Greta, ti aspetto!

ZIA VIOLA

 

La principessa che credeva nelle favole

Oggi voglio raccontarvi la storia di una principessa, Vittoria, la protagonista del libro “La principessa che credeva nelle favole”, di Marcia Grad Powers.

Alla nostra principessa è stato insegnato, sin da bambina, che certe cose non si possono fare, certe cose non si possono dire, che una principessa che si rispetti non può cantare e ballare in camera sua liberamente. Una principessa che si rispetti deve chiudere a chiave in un armadio tutti i suoi desideri, a più mandate, per essere sicura che non escano più, per essere sicura che non la disturbino, che non le creino problemi, perché le hanno sempre detto che così com’era, lei, non andava bene.

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La nostra Vittoria diventa dunque una principessa rispettabile, come tutte le altre, che conosce le buone maniere, che va bene a scuola, che è educata, che segue tutte le regole che le hanno insegnato, che aspetta alla porta che un giorno arrivi un principe a salvarla, un principe che le porti la felicità. Quando questo principe arriva nella sua vita, sembra che sia venuto davvero a portare il “vissero felici e contenti”. Apparentemente dunque Vittoria ha tutto quello che le serve per essere felice, ma sente dentro che le manca ancora qualcosa, perché lei, felice e contenta, non ci si sente mai.

Con molte delusioni e dubbi, incontrerà per la sua strada dei personaggi molto importanti per lei, che saranno in grado di mostrarle la bellezza delle cose, che la accompagneranno in un faticoso e meraviglioso viaggio, che le faranno capire che non ci sono delle regole che stabiliscono chi dobbiamo essere, che saranno in grado di mostrarle come nessuno le abbia tolto i sogni, ma sia stata lei stessa a farlo, che le mostreranno che la felicità non è un avere ma un essere.

<<A volte mi è capitato di pensare che non ero degna di essere amata>> confessò, le labbra tremanti per l’emozione. <<Povero tesoro>> esclamò il mago, afferrandola per le spalle e fissandola negli occhi. << Tu sei sempre stata degna di essere amata, non per via di quello che dicevi o meno e di ciò che facevi, ma semplicemente perché sei figlia dell’universo. È arrivato il momento di rendere il giusto onore a tutto ciò che hai disprezzato per gran parte della tua esistenza.>>

È per questo che oggi voglio parlare della principessa Vittoria, perché la principessa Vittoria siamo stati e siamo noi, tutti i giorni.

Siamo Vittoria quando crediamo che la nostra felicità dipenda dagli altri, quando lasciamo il potere agli altri di cambiare le cose per noi, quando non scegliamo, quando ci accontentiamo, quando chiudiamo i nostri sogni in una scatola dando la colpa al mondo, dicendo che non ci riusciamo, che non c’è un modo, che non è vero che possiamo farlo, che non possiamo desiderare, che non possiamo amare, che non siamo degni di essere amati.

Siamo Vittoria quando siamo delusi, arrabbiati, offesi. Siamo Vittoria quando ci fanno male, quando non ci vedono, quando ci calpestano, quando ci facciamo togliere i sogni da chi non è in grado di amarci e poi lo crediamo ladro.

 

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 Siamo Vittoria anche quando lottiamo però, siamo Vittoria quando comprendiamo finalmente che non esiste nessun principe azzurro che deve venire a salvarci, se non siamo noi i primi a salvarci da soli, ad amarci per quello che siamo, a modificare quello che non ci piace e a dare valore, peso e corpo a tutte le infinite possibilità che abbiamo dentro.

Siamo Vittoria quando comprendiamo di meritare l’amore, quando troviamo la possibilità di amare, quando andiamo a riaprire quel cassetto in cui avevamo chiuso tutti i nostri sogni e ricominciamo a cantare e ballare.

Siamo Vittoria quando finalmente capiamo che forse le favole non esistono per come ce le raccontano, ma per come le viviamo. Siamo Vittoria quando troviamo dei rapporti che ci sanno vedere e ci mostrano la nostra bellezza quando noi non riusciamo a farlo. Siamo Vittoria quando capiamo che siamo noi la favola più bella che possiamo mai raccontare a qualcuno e quando capiamo che è giusto raccontarla solo a chi ha la capacità, e soprattutto il desiderio, di ascoltarla.

<<Ne hai fatta di strada>> si complimentò Doc. <<Un tempo avevi bisogno di amare per sentirti bene. Adesso puoi scegliere di amare perché ti senti bene.>>Continua a leggere “La principessa che credeva nelle favole”

I tratti dello scrittore

Lo zapping ormai è uno sport che si pratica su Instagram e io personalmente ne sono medaglia d’oro. Tra i vari tea detox e le varie foto di vacanze in posti esotici, ho notato una tendenza che mi ha fatto riflettere non poco.

Una buona percentuale di influencer e blogger ad un certo punto della loro carriera sui social, si ritrova a pubblicare libri. Si svegliano un giorno con il loro nome su una cover e sono scrittori.

Mi sono trovata a pormi una marea di domande, non tanto sull’effettive doti narrative di questi profili, quanto su ciò che davvero conta per farsi pubblicare.

Cosa cercano gli editori o gli agenti editoriali nel prossimo grande best seller? L’unica risposta che sono riuscita a darmi è: il numero dei followers.

I followers su Instagram sono una vera e propria valuta – Re Mida che può trasformare tutto in oro. Ed è inutile negare che questa armata di “segui” ha saputo sfondare anche il muro dell’editoria, che propone libri che andranno già in ristampa ancora prima di essere pubblicati.

Io ho molta fiducia nei media, ma ho più fiducia nelle parole e circa ogni giorno mi chiedo: “ io ce l’ho? Ho quello che serve per diventare scrittrice? Posseggo o no quella forza misteriosa e ineffabile?”

Nè io, né nessun altro è stato capace di darmi una risposta certa e probabilmente non ce n’è una; tuttavia qualche idea me la sono fatta e non credo dipenda dai followers.

NB:  miei pensieri non sono supportati dalla scienza, dalla statistica o da altro di comprovabile.

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In primis, credo che ciò che serva sia un amore spassionato per la lingua.
Gli scrittori divorano le parole; ci fanno l’amore e gli danno la vita. Vi capita mai di leggere qualcosa, una frase o un periodo così ben scritto da farvi sciogliere e pensare solamente “ come?” La sensibilità nei confronti della lingua è ciò che banalmente viene definita “talento”. Io personalmente sono diffidente rispetto all’utilizzo di questo vocabolo quando si parla di scrittura. Credo che possa essere riduttivo e fuorviante chiedersi “ho talento?”  Io personalmente preferisco sprofondare.

La devozione alla lingua in cui si scrive deve andare di pari passo con la sensibilità e nutrirsi di essa. Una spiccata sensibilità stimola l’immaginazione, in cosa si sublima? Per me nelle metafore, nella luce del sole a mezzogiorno che si oppone al tramonto, oppure al rumore della pioggia contro un vetro per descrivere la tristezza. Essere cosciente del mondo circostante e della porosità del proprio io, è ciò che spinge uno scrittore ad afferrare il mondo e a riversarlo sulla pagina.

Per scrivere bisogna essere testardi, bisogna avere coerenza e perseveranza nel fare. Per citare il  il premio Nobel Orhan Pamuk: “Il segreto dello scrittore non è l’ispirazione, non è mai chiaro da dove provenga; ma è la sua testardaggine, la sua pazienza. Come recita un detto turco che sembra pensato per gli scrittori – scavare il pozzo con un ago “

Tra i tratti necessari il più insolito è forse la capacità di illudersi. Quando parlo di illusione non parlo di un delirio ma piuttosto di quell’energia che fa progredire in imprese poco chiare o difficili, come appunto può essere sedere di fronte a un foglio bianco e dire “mo’ scrivo un romanzo”. Scrivere è una delle imprese più impegnative in assoluto; cominci dal nulla, da questo nulla si crea un casino, lo butti fuori, lo rivedi e lo organizzi.

Il rumore che fa quel nulla non si può ignorare, così come non si può sottovalutare l’energia necessaria che occorre per creare qualcosa da quel nulla. Come si fa a vivere in questa incertezza? La chiave è questa: illusione + lavoro diligente (anche quando sembra di stare sprecando tempo).

Questi punti offrono a uno scrittore la cosa più preziosa: una possibilità e ogni volta che si comincia a battere su una tastiera è una possibilità di fare bene, di trovare una bellezza che non si sapeva esistesse e di scavare una verità che non si pensava fosse vera.

Ciò che conta è l’esperienza tra il tuo io, lo scrittore, i pensieri, i mostri che vivono dentro di te, e le parole fissate giorno dopo giorno sulla pagina – anche senza followers.

-VIOLA

Il tempo migliore

Quante volte ci siamo sentiti fuori tempo rispetto agli altri? Rispetto all’università, rispetto al lavoro, rispetto all’amore. Quante volte ci sentiamo fuori tempo, in ritardo, o a volte anche in anticipo nelle cose che facciamo? Quante volte il tempo esterno ci sembra non corrisponda davvero a pieno al nostro tempo interno? Tante…ed è proprio lì che ci perdiamo. Quando crediamo che sia più importante quello che c’è fuori rispetto a quello che c’è dentro. A volte si ha come l’impressione che da un momento all’altro possa sbucare il Bianconiglio a ricordarci quanto è tardi.

 

Certamente viviamo in un mondo che ci chiede ogni giorno delle risposte, in un mondo che ci vuole sempre pronti, sempre attenti, al nostro posto, nell’anno giusto, nel lavoro giusto, con la persona giusta, nel ruolo giusto per la nostra età. Ma quante volte ci capita, anche da adulti, di renderci conto di vivere in una realtà che poi non ci appartiene a pieno? Di scoprire che il lavoro che facciamo non è quello che vogliamo davvero? Di scoprire che le persone che abbiamo accanto non ci comprendono davvero? E quanto fa paura cambiare tutto questo?

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È in quelle paure che più di tutto sentiamo il nostro ritardo, sentiamo di stare indietro…è nell’impossibilità di poter cambiare le cose che non stiamo più nel nostro tempo. Ed allora siamo davvero in ritardo? Io credo di no. Credo che ci troviamo esattamente dove dobbiamo essere, credo che sia stato il nostro personale vissuto – diverso per ciascuno – che ci ha condotti ad essere le persone di oggi, e ciò che siamo oggi ci porterà ad essere le persone di domani. Ogni esperienza, ogni viaggio, ogni persona incontrata, ogni dolore, ogni paura, ogni realizzazione sono state tutte cose che ci hanno reso degli esseri umani diversi rispetto a prima, e lo hanno fatto esattamente nel tempo in cui sono avvenute.

Non c’è mai vita persa, non c’è mai tempo buttato. Nulla è andato perduto, poiché viene tutto insieme a noi, e tutto, anche le cose che abbiamo sbagliato, anche le persone che ci hanno ferito, anche le cose che abbiamo fatto e quelle che non abbiamo fatto, ci sono servite. Non le abbiamo fatte non perché siamo in ritardo, ma perché siamo nel nostro tempo. Le abbiamo fatte non perché siamo in anticipo, ma perché siamo nel nostro tempo.

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E allora possiamo stare tranquilli perché non c’è bisogno di correre come dei pazzi come il Bianconiglio, perché le nostre meraviglie non hanno scadenza, perché le cose non avvengono presto o tardi, perché i sentimenti non sono errori, perché gli errori non sono sentenze, perché le persone non sono tempo perso. Sono l’affetto che abbiamo messo in quel rapporto, sono l’investimento che abbiamo messo nel credere nei nostri sogni, siamo noi che ci mettiamo in gioco, e se ancora non abbiamo avuto il coraggio di osare, di fare, di cambiare, è perché quello è il nostro tempo, che, se necessario, può essere anche un tempo di attesa, ed anche l’attesa ha il suo valore, ha il suo significato…e non è una colpa.

Se non sappiamo cosa fare, se ci sembra di aver perduto tutto, se ci sembra di dover ricominciare da zero, è perché non ci concediamo di scoprire in realtà che cos’è che ci piace davvero, non ci concediamo di andare a prenderlo, non ci concediamo di sbagliare e riprovare, e provare ancora, fino alla fine, fino a perdonare i nostri errori, fino a cullare le nostre paure, fino ad accettare noi stessi, fino ad accettare il nostro tempo, che solo allora, sarà il nostro tempo migliore.

FIORE

Paura tra le righe; cinque libri

Halloween è un periodo difficile, a dirla tutta lo è ottobre in generale. Tanto che alla fine l’ho certificato come patologia: mal d’ottobre. Ne soffro tipo da sempre e ogni anno si rinnova per un motivo X (forse non più così valido).

Quando gli alberi iniziano a svestirsi delle loro foglie, io mi vesto di malinconia –  che alla fine è pure il colore che mi sta meglio.

A scuola ho disegnato  Jack o’ lantern, negli anni ho partecipato a numerosi party a tema, guardato film e fatto altre attività collegate, ma  io ancora non l’ho capito sto 31 ottobre.

A me ricorda solo di avere paura; non quella tradizionale che mette in scena il buio, i ragni, le streghe, il sangue o la solitudine.

 Ma quella che insieme sa essere un potente deterrente e un grande calcio nel culo.

La paura del nulla, che si legge tra le righe e che semina inquietudine oltre il lieto fine. E’ la stessa paura per cui io ho sempre cercato conforto e conferma nei libri che ho letto e amato.

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Eccovi  cinque titoli che secondo me stanno una meraviglia con il mal d’ottobre.

Il cuore rivelatore – Poe

Incluso nella collection dei Racconti del terrore,  questo piccolo racconto, che mi è capitato per caso in mano in V ginnasio,  svela i meccanismi della follia, l’alterazione della realtà e il senso di colpa.

Chi non sente un cuore battere sotto le assi del pavimento, scagli la prima pietra.

Il Maestro e Margherita – Bulgakov

Immancabile russian touch; il miracolo da salutare con commozione , osannato da Montale che fa il paio con il Faust di Goethe; esplora tutti i sentimenti umani più disperati.

Dopo averlo ultimato, non sembra più una follia l’idea di volare nuda a cavallo di una scopa, su una città che dorme.

Il racconto dell’ancella – Atwood

Prima che prendesse vita  nell’omonima serie tv, era “solo” un romanzo distopico scritto nella Berlino ovest degli anni 80. Rigore morale, schiavitù sessuale, maternità, supremazia maschile e tanto altro.

C’è chi si chiede se si tratti di una profezia; io rispondo così: Nolite te bastardes carborundorum.

Veronica decide di morire – Coelho

La mia prima copia si è perduta tra uno scatolone e l’altro, avevo una grande voglia di leggerlo, così l’ho ri-comprato. Dall’11 novembre 1997 fino all’ultima delle sue pagine, racconta la storia di una giovane donna diffidente nei confronti della vita e – forse – anche della felicità.

Questo libro costringe ad indagare il significato di normalità, oltre la paura.

Maestoso è l’abbandono – Gamberini

Questo libro l’ho letto d’estate ma trasuda autunno. Poetico e scostante, l’ho adorato. Dipinge benissimo il sacro Gral di tutti i terrori: l’abbandono. Attraverso i percorsi e i pensieri intimi di una donna che si rifiuta di diventare grande obbedendo al reale, mi sono ritrovata anche io.

E se non si legge per questo, per cosa?

Se non volete considerare Halloween come una buona scusa per avere paura, può essere almeno un’ottima occasione per leggere!

Io mi considero fortunata, ho davvero paura una volta l’anno e in fondo anche ottobre è finito…

-VIOLA

Scacco matto

“Non io, non Hermione…Tu!”

Una delle frasi più belle dei film di Harry Potter per me, viene pronunciata da Ron in “Harry Potter e la pietra filosofale”. Harry, Ron ed Hermione si trovano a dover giocare una partita a scacchi decisiva e a dover essere loro stessi le pedine sulla scacchiera. Gli scacchi dei maghi però, si animano e colpiscono davvero i pezzi avversari quando li mangiano, e Ron sapeva benissimo che si sarebbe fatto molto male nel momento in cui la regina avversaria lo avrebbe mangiato. Fare questa mossa però, avrebbe consentito ad Harry di fare scacco matto subito dopo.

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Quando Harry comprende quello che Ron ha intenzione di fare, cerca di bloccarlo, ma lui gli risponde con queste parole:

“Harry sei tu quello che deve continuare, lo so. Non io, non Hermione…Tu!

Questa è la mia frase preferita perché palesa due cose importantissime, che quasi sembrano contraddittorie ma che in realtà non lo sono affatto, sono anzi complementari. La prima è che senza l’aiuto delle persone che ci amano e che amiamo non possiamo vincere davvero le nostre battaglie, le nostre paure. La seconda è che non possiamo farlo neanche senza la nostra individualità ed il nostro coraggio.

Non possiamo essere interi e realizzati senza i nostri affetti e i nostri rapporti con gli altri, ma non possiamo esserlo neanche senza lottare noi stessi in prima persona. 

Ci sono delle battaglie, a volte molto dolorose, che ognuno di noi combatte ogni giorno, e quelle battaglie non sarebbero le stesse senza le persone che ci amano, senza le persone che nei momenti in cui crediamo di cedere ci mostrano che invece siamo in grado, ci mostrano la strada, ci accompagnano nel percorrerla. Ci sono dei momenti però, in cui quella battaglia, per quanto condivisa e sentita dagli altri, dobbiamo vincerla da soli. Quel salto in avanti che stiamo per fare è il nostro, e se è vero che senza qualcuno che ci spinge e ci incoraggia forse non avremmo avuto neanche il coraggio di saltare, è altrettanto vero che, mentre siamo in aria, siamo noi che dobbiamo salire, siamo noi che dobbiamo trovare il coraggio di andare.

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Ed è qui che mi ha colpito Ron. Ron, che è sempre stato il più buffo del trio, il più fifone, quello con la testa fra le nuvole, quello che aveva sempre fame, quello che avrebbe preferito in mille occasioni restare a casa piuttosto che andare a cercare di sconfiggere il male in giro per il mondo con i suoi amici, ha mostrato qui, all’inizio della storia, al primo vero incontro con la malvagità, di essere coraggioso e fedele, di comprendere l’importanza del percorso dell’altro e di non abbandonarlo fino alla fine, rischiando anche di farsi molto male.

Ecco, credo che dovremmo tutti quanti essere un po’ più come Ron, aiutando le persone che amiamo a vincere la loro partita, restando sempre al loro fianco e comprendendo qual è il momento di lasciare che vadano da soli. Noi non possiamo vincerla per loro, ma possiamo aiutarli a fare scacco matto.

– FIORE