Dal diario all’agenda: rendere i giorni pieni e non riempire i giorni

Oggi voglio parlare un po’ di diari scolastici e di agende. Ho infatti ritrovato i miei diari di scuola, anzi a dire il vero non li avevo mai persi, perché sono tutti insieme in una scatola apposita, quella dei ricordi e delle cose passate, che ogni tanto riapro, per il piacere di ricordare le cose belle che hanno fatto parte della mia vita.

Io amavo i diari di scuola, perché erano pieni di scritte colorate, di dediche, di compiti, di verifiche e di cose da fare.

Una delle cose che più amavo fare a settembre infatti, prima del suono della prima campanella, era andare in cartolibreria e scegliere quello che sarebbe stato il mio fedele compagno per tutto l’anno. Era un momento magico tanto che fu una delle cose che più mi mancò il primo anno dopo la maturità. Non avevo più un diario da scegliere, in quel caso avrei dovuto scegliere un’agenda.

E quanto mi piacciono poi le agende. Svolgo lo stesso rituale anche per quelle, ogni anno, questa volta all’inizio di gennaio – io faccio sempre le cose in ritardo quindi farlo a dicembre per me è quasi utopia. Mi metto lì, con calma, le guardo tutte, ne sfoglio le pagine e poi scelgo quella che più sento mia.

Io amo le agende piccole, ma non troppo, perché poi credo di non riuscire a scriverci tutto quello che serve. Ed amo le agende che dedicano una pagina ad ogni giorno della settimana, perché non trovo giusto che i giorni debbano dividersi il tempo…e se poi ho tante cose da scriverci come faccio?

Chiaramente tutto potrebbe entrare benissimo in una pagina, ma mi piace pensare di avere delle giornate intere da riempire di parole, orari e appuntamenti.

Mi piace appuntare tutto. Io scrivo tutti i compleanni delle persone che amo, scrivo gli appuntamenti, le cose importanti e quelle che lo sono un po’ meno. È una cosa che mi piace fare, e non solo perché serve a ricordarmi quando devo fare qualcosa – anche perché io che ho una memoria di ferro nella maggior parte delle volte utilizzo l’agenda solo come una conferma – ma perché ritrovo una pienezza nelle cose che faccio.

E non dico che per ricordarsi le cose serva scriverle, perché le cose importanti ci rimangono sempre dentro, ma dico che è bello sfogliare delle pagine e ripercorrere un pezzo della propria storia, anche per rinfrescarci un po’ la memoria nei giorni in cui crediamo di aver perso qualcosa…e perché a volte abbiamo talmente tante cose da fare che è importante aiutarci a ricordarle.

Le agende sono un po’ diverse dai diari di scuola, perché sui diari ci scrivevamo i compiti, gli avvisi, le note – anche se devo dire la verità io una nota non ricordo di averla mai presa – ci scrivevamo quello che gli altri ci dicevano di fare.

Quello che scriviamo sull’agenda invece siamo noi a deciderlo, perché siamo un po’ più grandi, siamo adulti, o almeno così dovremmo essere.

Nella mia agenda di oggi c’è sempre un po’ della mia Smemo, perché ci scrivo i compleanni, qualcuno mi ci ha fatto anche una dedica, ma non ci sono più i compiti, ci sono impegni, scelte quotidiane e consapevoli.

Era bello anche fare i compiti, per carità, anche perché devo dire che io a scuola ero abbastanza brava – però quanto è più bello quando i compiti non sono più un’imposizione ma sono qualcosa che ci va di fare, che scegliamo di fare? Quando la fatica di studiare tutte quelle pagine si trasforma in un desiderio di crescere, di trasformarsi, credo che sia il momento in cui diventiamo grandi, il momento in cui non ci serve più un diario ma un’agenda, in cui scrivere e soprattutto realizzare tutti i nostri progetti.

È per questo che amo avere un’agenda in cui appuntare tutto, e amo rileggere i miei vecchi diari. Perché mi ricordano tutte le cose che ho fatto e che mi hanno portato ad essere quella che sono oggi. Sono tutte cose che porto con me e che mi hanno fatto diventare grande, dai compiti ai compleanni, alle dediche e alle scritte bizzarre. In ogni pagina c’è qualcosa di me, delle persone che amo e che ho amato, anche in quelle lasciate in bianco, forse perché magari quel giorno era più leggero, ma mai vuoto.

Credo che oltre a riempire l’agenda di impegni quindi, sia fondamentale vivere tutti quegli impegni in maniera piena, portando davvero noi stessi, dicendo la nostra, facendo quel lavoro in maniera presente, festeggiando quel compleanno con amore, arrivando in ritardo, ma arrivando sempre. Solo così non saranno più soltanto date e orari, cose da fare, ma concretezza, crescita, scelta quotidiana. E sarà bello poi sfogliare tutte quelle vecchie pagine, per ricordare quello che abbiamo fatto ed avere la possibilità di scrivere pagine nuove, appuntamenti nuovi, scelte nuove, vita nuova. Ogni giorno.

Fiore

Sanremo con Fiore

Ieri sera c’è stata la prima serata del Festival di Sanremo, che – che ne vogliate o no – è ciò che più di tradizionalista e italiano passa in tv. Esagerato, pieno di luoghi comini e di siparietti che dovrebbero essere divertenti ma in realtà sono imbarazzanti e non fanno ridere nessuno, con cache esagerati e tremendamente lungo. Sì perché quando alle 23.00 hanno cantato solo in 5 dei 13 cantanti che si devono esibire inizia a venirti il dubbio se dovrai fare after con Amadeus e Fiorello che se la cantano e se la suonano. Però alla fine, nonostante questo, Sanremo si guarda. Forse perché si spera sempre di scoprire delle canzoni che ci facciano dire che ne vale la pena di essersi sorbiti tutto questo spettacolo, per un’emozione nuova, perché alla fine è questo il bello della musica. È questo che dovrebbe celebrare il festival.

A me ad esempio piacciono gli occhi dei cantanti che si esibiscono perché Sanremo è Sanremo, e non credo che ci sia alcun artista – anche quello che fa il più gradasso e dice che lui non si omologa a queste cose italiane – che non desidererebbe salire sul palco dell’Ariston, così intriso di storia e di emozioni.

Quindi ora vi racconto le mie di emozioni di ieri sera – io che ieri ho commentato la serata con gli amici praticamente in dieci chat di whatsapp perché si sa, Sanremo lo guardano tutti.

Ve lo dico subito: non sarò imparziale.

La serata di apre ovviamente con le nuove proposte, e ci sono due cose che mi colpiscono. La prima è il fatto che un cantante si chiami Gaudiano. La seconda è un tale Folcast che delicatamente ci dice “Scopriti, che fuori non piove, non fa neanche freddo e batte forte il sole.” L’ho riascoltata dieci volte stamattina. Meravigliosa.

I due giovani comunque sono poi passati alla finale per le nuove proposte, eliminando così gli altri due concorrenti: Elena Faggi e Avincola.

Dopo di che vediamo salire sul palco Diodato, un bellissimo deja-vu, che mi fa sempre emozionare e ci ricorda che l’ultima scena serena del 2020 è stato Bugo che ha abbandonato il palco l’anno scorso.

Cominciano i big. Cominciamo con Arisa che non si capisce bene perché abbia delle unghie chilometriche e cosa abbia fra i capelli, però la sua voce mi incanta, sempre. Andiamo avanti con Colapesce e De Martino che non è che mi abbiano colpito più di tanto, ma ho apprezzato l’entusiasmo.

Poi abbiamo Aiello, un mix fra le sonorità di Mahmood e Mengoni con qualche grido in più forse uscito un po’ male, ma Mahmood e Mengoni già ce li abbiamo e ci piacciono così, però voglio dargli fiducia e aspetto un’altra esibizione.

Arrivano Francesca Michelin e Fedez sul palco con un nastro che li divide, forse uno dei gradi di separazione della Michelin. La canzone è carina, lei con una presenza scenica importante, lui emozionatissimo. Però l’autotune a Sanremo no.

È il momento di Max Gazzè, che all’inizio sembrava vestito da mago Merlino, poi ho capito che era Leonardo, accompagnato dalla Trifluoperazina Monstery band che ci canta Il farmacista. Diciamo che non mi ha entusiasmato più di tanto sul momento, però voglio dare fiducia anche a lui perché Max Gazzè mi piace molto e le sue canzoni spesso hanno bisogno di un secondo ascolto per essere capite pienamente.

Da qui c’è un momento importantissimo: arriva Loredana Bertè che ci fa uno dei suoi medley che se non avete ballato in camera come me non possiamo essere amici. Ce le canta tutte. Non sono una signora, Dedicato – che è la mia preferita – Sei bellissima. E poi, ci propone un pezzone di quelli che non dimentichi facilmente. Lei, meravigliosamente non arresa all’età che avanza, con i capelli blu e le farfalle in testa, palesemente in un playback che le è riuscito male ci canta “Figlia di Loredana” ed è subito tormentone che scala le classifiche.

Ora arriva il vero momento di non essere imparziale. Scende lei, con la sua voce calda, bellissima, padrona del palco, Noemi. Ci canta Glicine e finalmente riconosco la magia della musica in questa serata. Sarà che io per deformazione la amo a prescindere, perché tutte le volte che ho cantato in qualche provino – da cui sono stata poi sempre brutalmente respinta- , tutte le volte che mi sono esibita in qualche serata, io portavo lei come cavallo di battaglia. Per anni amici e conoscenti mi hanno detto “Io quando sento Noemi penso sempre a te” o anche “Io Noemi non l’ascolto, questa canzone l’ho sentita cantare solo da te”. Ieri mi hanno anche scritto per dirmi “La vedo e ti penso”. Oramai è deformazione, sarà che “Sono solo parole” era la mia canzone preferita e l’anno che l’ha portata a Sanremo si è fermato il mondo la prima volta che l’ho sentita ed ho capito che era la mia, sarà che “Per tutta la vita” è la prima canzone che ho cantato su un palco da sola una sera d’estate di dieci anni fa, sarà che “L’amore si odia” – con l’altro mostro sacro della Mannoia – è il duetto che mi riesce meglio, sarà che Noemi studiava canto in una scuola che conoscevo, sarà che è romana, però io ogni volta che la vedo mi emoziono. Se poi canta una canzone come Glicine, mi emoziono ancora di più. Quando a fine serata infatti l’ho vista seconda ad Annalisa ho scelto di tacere perché non ci potevo credere. Per carità, bravissima Annalisa, ma per me le canzoni non hanno paragone. Ma poi in che senso “Baci francesi delivery?” Annalì che stai a di? Però è carina anche lei dai.

Comunque dopo questa forte emozione e questo revival in cui in una vita parallela io sono una diva – lo sono anche in questa dai, ma sono più moderata – arriva sul palco Madame. Vi devo dire, non la conoscevo, e sinceramente non credo di esseri persa un granché in questa vita, però voglio dare speranza anche a lei, perché ad un secondo ascolto stamattina l’ho apprezzata di più.

Poi arrivano loro. I Maneskin. Damiano sempre straordinario, eclettico, nero, sensuale, che delicatissimo e senza paura ci dice “Vi conviene toccarvi i coglioni” in una canzone che è il grido di una generazione arrabbiata. Però se tutto ciò succede dopo che arriva sul palco Achille Lauro con i tacchi a fare le sue scene mi dispiace, perdi 4 a 0. Però loro comunque sono sempre al top, presenza scenica, canzone che va da sola. Mi piacciono molto.

Si perché non vi ho detto che nel frattempo si è esibito Achille Lauro che sarà ospite fisso di tutte le serate, lui che a volte non si capisce cosa voglia dire, lui che per non omologarsi sembra omologarsi più di tutti, lui che sai che ti stupirà ma alla fine ti stupisce più di quanto ti aspetti. Dice che fa arte, che esprime sè stesso e che “Esistere è essere. Essere è diritto di ognuno. Dio benedica chi è.”. Io non lo so se è vero o fa scena, se se la canta e se la suona, eppure, mi piace. Tantissimo.  E c’ha ragione.

Ghemon ragazzi non l’ho capito bene, mi viene da dire solo che la canzone è carina ma non mi ha entusiasmato.

Poi secondo me c’è stato un momento romanticissimo. A prescindere dall’intonazione che a quanto pare negli ultimi anni è un optional per andare al Festival di Sanremo –i Coma Cose erano dolcissimi. Non hanno smesso un attimo di guardarsi negli occhi e di cantarsi l’amore. Quindi l’esibizione mi è piaciuta molto.

Di Annalisa abbiamo ampiamente parlato. Poi c’è stato Francesco Renga che per i primi 30 secondi non ho capito cosa ha detto. Bisbigliava. Ok Francè se la prossima volta vuoi farci capire quello che dici batti un colpo così ci divertiamo anche noi.

Poi arriva Fasma, ma come ho già detto, l’autotune a Sanremo no.

Bhe, dopo questa lettura totalmente personale aspetto i vostri commenti, che lo so che la musica è gusto, è emozione – anche se certe cose ragazzi dai non so come fate ma ok. La musica sono immagini e ricordi, quindi alla fine, se ci siamo emozionati anche ascoltando solo una canzone ieri sera, sarà valsa la pena. E poi io continuo a coltivare il mio sogno di andare a Sanremo.

Che sia per cantare – potrei piangere per sempre -, che sia per presentare – perché palesemente io potrei essere la direttrice artistica e la presentatrice migliore di sempre (togliendo Pippo Baudo ovviamente)– che sia piazzata in ufficio stampa a scrivere cose, io, all’Ariston, prima o poi ci vado. Ve lo prometto.

Nel frattempo fremo perché stasera arriva Oriettona Berti, che palesemente è la vincitrice di questo Festival.

Fiore

I Cani – se non mettete l’ultima noi non ce ne andiamo

Arrivo in ritardo – ma qualche giorno fa, Aurora, album dei Cani, ha compiuto 5 anni.

Aurora è come un bacio dato al grande amore senza sapere che questo, presto, diventerà ex. Non importa quanto tempo possa passare, rimarrai sempre e comunque ancorato a quel bacio, cercando di capire come hai fatto a non renderti conto che sarebbe stato l’ultimo.

E no, Niccolò – qualora te lo fossi chiesto – Sparire non era un messaggio chiaro.

Nemmeno con Alla fine del sogno, che hai sparato all’improvviso alla fine dello scorso vetusto anno, su SoundCloud, come se fossimo nel 2010, sei riuscito a convincermi che questo finale alla Rabelais “Tirate il sipario, la farsa è finita”sia poi quello giusto.

Magari accetto, ma non condivido.

Lo so, io lo so che la memoria e il tempo sanno essere più generosi con chi scompare presto, rimanendo così per sempre incatenato nella mente come giovane e splendente – ma dai – Niccolò – lo so io e lo sai tu. Tu – giovane e splendente, non lo sei mai stato.  Non si può essere giovani e splendenti e insieme far tesoro del silenzio e della malinconia.

Malinconia che non è tristezza, ma una resistenza ostinata all’ assedio della nostalgia.

Perché facciamo così difficoltà ad accettare che Niccolò Contessa – schivo e avulso ragazzo che ha iniziato la Sua carriera cantando del pranzo di Santo Stefano, con un sacchetto di carta in testa per coprirsi il volto, questo prima ancora che essere timidi diventasse di tendenza – abbia deciso di sparire dai radar?

Perché non possiamo scendere a patti con la realtà, ovvero che la sua decisione artistica, così coerente con la sua personalità di fisico esistenzialista, sia stata semplicemente quella di scomparire in una bolla pastello per tirare i fili di altri artisti con personalità multiple, espresse da nomi corali ed elettro-pop a gogo?

Io me lo chiedo quando sono in macchina con mia sorella, sulla tangenziale, e insieme ci ritroviamo a cantare a squarciagola “l’unica vera nostalgia che ho” come se Corso Trieste fosse uscita ieri.

Me lo sono chiesta quando il giorno del mio 26° compleanno mi sono svegliata e su Spotify c’era Nascosta in piena vista. Fuori a metà di un silenzio che per tutti era una mossa di marketing. Ed eccolo, l’ atteso grande ritorno, solo una manciata di minuti, per giunta intitolati come la mia tesi scritta su Véra Nabokov – manco fosse un regalo per me.

Me lo chiedo quando penso al ragazzo che mi piaceva al liceo, animato da un generico quanto autentico fascismo testimoniato ad esempio dagli adesivi sul casco.

Me lo chiedo ogni volta che piove, e allora ascolto il Posto più freddo, e mi materializzo sul tram 19.

Sogniamo un ritorno perché abbiamo davvero bisogno di un quarto album, o perché non vogliamo lasciare andare la musica dei ritorni a casa con il freddo in faccia e il sudore sotto la giacca?

Siamo forse così riluttanti nell’accettare la resa dei Cani perché questo significa che dobbiamo andare avanti anche noi?

Certa è sicuramente una cosa – lezioni a parte: la musica bella è sempre quella che sceglieresti come colonna sonora per un film sulla tua vita.

Chi è cresciuto con I Cani in fondo lo sa – e non ci si poteva aspettare niente di diverso da una band di individui soli, se non un lunghissimo bip piazzato sul più bello di una base epica, composta ad arte, con il sintetizzatore da cameretta.

Ti ringraziamo per il finale post punk Niccolò – però se puoi – dicci ancora qualcosa, qualunque cosa, anche una cosa stupida.

Foto di copertina: Aurora Tour, Roma, Atlantico,24 febbraio 2016

-Viola

Il vero regalo è il Natale, tutti i giorni

È arrivato il Natale, e quest’anno è un po’ diverso, è insolito, saremo lontani dai nostri affetti, eppure il nostro affetto non si allontana mai da noi. Vive in noi ogni giorno, ogni momento.

È difficile immaginare di non poter fare le grandi tavolate degli scorsi anni, non potersi comunque abbracciare, stare attenti a mantenere le distanze quando ci si incontra per scambiarsi gli auguri o i regali, ma è una cosa necessaria.

Oggi però non voglio parlare di queste difficoltà, o meglio, voglio soffermarmi sulla nostra possibilità di vincerle, di ricercare dentro di noi il nostro vero Natale, perché se ce l’abbiamo davvero, può essere Natale anche con tre persone, può essere Natale anche senza scambiarsi i regali il 24, può essere Natale anche a distanza.

Perché credo che la distanza materiale che questa situazione ci impone, non possa e non debba fermare la vicinanza interna che abbiamo con i nostri affetti. Sembra una frase banale, sembra semplice a dirsi, ma è profondamente vero.

Saremo in grado di festeggiare il Natale davvero quando ne riconosceremo il significato più profondo, quando capiremo che il Natale è la nascita di tutti noi, e non sto parlando di religione, parlo di vita.

Ogni giorno può e deve essere Natale. E come si fa?

Si fa con sacrificio, con impegno, con la lotta che ogni nascita per definizione richiede. Il Natale è uno stato d’animo diceva qualcuno. Ed è vero.

A Natale si festeggia l’affetto, la realizzazione, l’amore in ogni forma. Si dice sempre che a Natale si è tutti più buoni. Io non credo sia così. A Natale questa bontà, questo senso di affetto, famiglia, amore, torna in maniera più prepotente, spalanca le porte, e indubbiamente non ci lascia indifferenti.

È questo che auguro a tutti per Natale, di non essere indifferenti ai propri affetti, di custodirli sempre, perché custodendo loro, i nostri sentimenti, custodiamo la parte più profonda di noi, quella che può e deve costantemente continuare ad amare, a crescere, ad alimentarsi.

Manteniamo accesa quella fiamma di desiderio che arde dentro ognuno di noi, anche quando sembra affievolita, anche quando ci fa paura mostrarla, quando ci fa paura e crediamo che qualcuno possa spegnerla. Facciamola bruciare invece.

Nutriamo i nostri rapporti con il nostro modo, che essendo nostro non potrà che essere quello giusto. Anche se saranno delle feste con poche persone, cerchiamo di godercele quelle poche persone, cuciniamo per loro, vestiamoci a festa, non abbiamo paura di ricordare che oggi è Natale.

Telefoniamo ai nostri affetti più lontani, e ricordiamogli che anche se non possiamo incontrarci li amiamo comunque, ed è Natale lo stesso. Facciamo dei regali, con quello che possiamo, senza dover ricercare necessariamente il regalo più bello o più costoso, cercando il regalo giusto. Ed il regalo giusto non lo decide nessuno se non noi, noi che sappiamo cosa piace all’altra persona, noi che la conosciamo, e se ci fidiamo del nostro sentire, sarà il più bel regalo del mondo. Perché in realtà, il vero regalo sono gli occhi felici e stupiti delle persone che li scartano quei regali; il vero regalo sono le persone.

Il vero regalo è essere consapevoli di poter amare, di poter festeggiare il Natale nonostante le distanze, nonostante le difficoltà, nonostante non si è riusciti a fare tutti i regali in tempo, nonostante non si è riusciti a fare i regali, nonostante si sia in pochi a tavola. Il vero regalo è il Natale, è il nostro Natale, e possiamo regalarcelo solo noi. Tutti i giorni.

Che sia un buon Natale per tutti, davvero.

FIORE

I mostri e il coraggio dei bambini, non solo ad Halloween

Con l’avvicinarsi della notte più spaventosa dell’anno, Halloween, oggi voglio parlare di mostri.

Ma non di quelli che hanno segni sul volto o lenzuoli bianchi a coprirli, no. Voglio parlare dei mostri che ognuno di noi vive ogni giorno.

Sono dei mostri silenziosi, che si annidano nella nostra testa, subdoli, e non ci fanno dormire, e non ci fanno sperare.

I nostri mostri sono le nostre più grandi paure, le nostre insicurezze, la nostra indecisione. I nostri mostri sono i nostri freni, sono tutte quelle volte che per paura di sbagliare, di non essere all’altezza, di non realizzare davvero qualcosa, abbiamo rinunciato ancor prima di cominciare.

I nostri mostri si annidano sulle nostre spalle quando crediamo di non essere corrisposti, quando allontaniamo gli altri per paura di essere allontanati.

I nostri mostri siamo anche noi quando ci priviamo delle possibilità, quando abbassiamo le tapparelle per non far entrare la luce, quando non rispondiamo a una telefonata di chi ci vuole bene, quando non ascoltiamo, quando non ci facciamo ascoltare.

I nostri mostri siamo noi e questo fa paura.

Fa paura perché è molto più semplice cercare i responsabili della nostra sofferenza fuori di noi ed è molto più difficile invece scoprire che siamo proprio noi che ci limitiamo, che non concediamo agli altri e a noi stessi la nostra parte più bella. Siamo noi che ci mettiamo dei limiti, delle scuse.

E questo succede perché abbiamo paura, paura di sbagliare, di non capire, di fare un passo falso, di essere delusi, perché già tante volte ci è successo.

Io credo che la paura non sia una colpa. È una colpa però non lottare, farsi andare bene le cose perché tanto non c’è possibilità di cambiarle, lasciare il nostro mostro lì, sotto al letto, silente e non andare mai a cacciarlo. Io invece credo che il mostro vada guardato negli occhi.

C’è una canzone dei Pinguini Tattici Nucleari “La storia infinita” che dice

E siamo solo mostri

con una grande paura

di trovare un bambino sotto al letto.

Forse è proprio vero, forse sotto al letto non c’è un mostro, ma un bambino, forse i mostri siamo noi, quando non diamo libero sfogo alla nostra parte bambina. E con bambina non intendo infantile, intendo creativa, pronta ad accogliere le novità, ad imparare, a mettersi in gioco, a sbagliare, a crescere, a sbucciarsi le ginocchia, piangere, rialzarsi e continuare a giocare.

Credo che sia questo quello che ci siamo dimenticati. Che quando si cade ci si può rialzare. Che le ferite si rimarginano, anche se bruciano, e che ci insegnano a camminare. Certamente cadremo ancora, ma non più nello stesso modo, non più nello stesso posto. Quella caduta, quel dolore, fa parte della nostra storia, ed è fondamentale per andare avanti e non commetterlo più. Ciò non vuol dire che non potremmo commetterne di altri, ma saranno sempre nuovi, sempre diversi.

Credo che sia questo il modo per combattere davvero i nostri mostri. Credo che sia così che si fa, trovando la forza dei bambini di rialzarsi dopo una caduta, perché ciò che davvero dovrebbe farci paura, non è cadere, ma smettere di provare a correre.

FIORE

Harry Potter: la vera magia esiste anche qui, e si chiama amore

Potrei parlare a lungo delle travagliate avventure che mi legano alla saga di Harry Potter – di cui ho infatti già scritto – , ma mi limiterò a raccontare un aneddoto che mi ha colpito e che è rimasto impresso nella mia memoria.

Qualche anno fa avevo deciso di dedicarmi alla lettura di tutti i libri della saga – non avendolo fatto prima –  scegliendo però di leggere solo le versioni con la traduzione originale. È stata un’impresa ardua trovare tutti i 7 libri, ma girando per mercatini e librerie dedicate, ho raggiunto il mio scopo.

Un sabato pomeriggio di novembre stavo cercando Harry Potter e il Principe Mezzosangue e, con mia grande sorpresa, mi viene detto dalla commessa del mercatino dell’usato che gli era stato portato proprio quel giorno. “Bene” penso io. Mi porge il libro ed io, emozionata, inizio a sfogliare le prime pagine. Girando la copertina, sulla prima pagina bianca, ho trovato una dedica scritta a penna, datata dieci anni prima, che recitava così:

“A ***, luce dei miei occhi, per ricordarle tutte le volte che leggerà Harry Potter che la vera magia esiste anche qui, e si chiama amore.

Ti amo.

***”

(non scrivo i nomi perché già ad averlo letto e scritto mi è sembrato di aver invaso uno spazio troppo intimo e privato per essere letto da terzi, ma credo che meriti di essere condiviso).

Sono rimasta spiazzata. Come prima cosa dal fatto che qualcuno potesse aver venduto un libro con una così bella dedica, come seconda cosa, dal fatto che quel libro fosse finito fra le mie mani in quel momento.

Io non ci credo molto al destino, anzi per niente. Credo che lo facciamo noi il destino, e che il caso sia una conseguenza di tante scelte messe insieme. Credo quindi che avesse proprio un senso che io quel giorno mi trovassi lì e che quel libro fosse disponibile e che fosse per me.

“La vera magia esiste anche qui”, dice un innamorato, “e si chiama amore”. Io non credo alle favole che dicono che il principe azzurro arriva e ti salva, che ci sia qualcosa di idilliaco e perfetto che ti fa stare insieme per sempre. Credo che ci si salvi insieme, che si cammini insieme, che si lotti insieme.

Credo che i problemi non si risolvano per magia, che non c’è nessuna bacchetta magica che sistema le cose al nostro posto se non siamo noi a volerlo fare, se non siamo noi che portiamo il nostro cambiamento nel rapporto.

Credo che però la magia sia la spinta per fare tutto ciò.

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Credo che la magia sia quella sensazione che si prova quando si guarda qualcuno negli occhi e ci si riconosce, credo che sia quando ci si capisce senza parlare, in tutte le lingue del mondo. Credo siano le famose farfalle nello stomaco, che più si cerca di spiegarle e meno ci si riesce.

Non credo che la magia risolva i problemi, credo che la magia ci renda vivi, e che nessun Voldemort, nessuna delusione, sarà mai in grado di sconfiggerla, se lottiamo per mantenerla viva.

Non dico che sia semplice, ma credo che sia l’unico modo per continuare a sentire, a provare qualcosa che non si spiega a parole, perché altrimenti ci sarà sempre qualcosa che non va, qualcuno che non ci guarda come vorremmo, qualcuno che avrebbe dovuto agire. Ci sembrerà sempre di essere sbagliati o che gli altri lo siano, ci sembrerà che non ci sia mai quello giusto per noi, che è una bugia, che queste cose succedono sono agli altri.

Bhe, io credo invece che per far succedere l’amore, per far succedere la magia, bisogna crederci, ma crederci per davvero, credere nella nostra possibilità di amare ed essere amati, perché quella non ce la può togliere nessuno, come ci insegna il nostro innamorato anonimo di oggi.

Ed anche se la sua magia, chissà per quali disparati motivi, è finita in un mercatino dell’usato, io sono sicura che quei due giovani fan di Harry Potter – mi piace pensarli così – l’abbiano provata davvero…e comunque tutta quella magia non è andata perduta, perché la custodisco ancora io nella mia libreria, quindi credo che valga la pena crederci.

FIORE

Amare, crescere e ricordare ai tempi del coronavirus

Ho riflettuto molto su quello che ci sta succedendo, perché è inevitabile. Perché colpisce tutti. E non è solo la questione pratica ciò che ci annienta, non è lo stravolgimento dell’economia, della quotidianità, non è solo l’impossibilità di uscire che più ci fa paura. Certo, sono difficoltà importanti e reali, ma vorrei guardare più in profondità, perché è lì che si trova la difficoltà più grande.

Non si tratta solo di riorganizzare una routine, di vedere serie tv, di leggere libri, di lavorare da casa per chi ne ha l’opportunità, di studiare, di cucinare e sperimentare ricette nuove, di fare attività fisica attrezzandosi come meglio si può, di giocare a carte, di videochiamare tutti gli amici che abbiamo in rubrica.

Si tratta di come facciamo tutte queste cose.

Si tratta di vedere una serie tv o di leggere un libro per interrogarci, per capire di che cosa ci parla, perché ci parla sempre di noi. Si tratta di quella sensazione di pienezza che ti rimane addosso quando passano i titoli di coda o giriamo l’ultima pagina di un libro. Si tratta di ascoltarla, e non di passare immediatamente all’attività successiva, perdendoci.

Non si tratta di lavorare o di studiare da casa solo perché abbiamo un computer ed abbiamo la possibilità di farlo. Si tratta di mettere lo stesso impegno in quello che facciamo esattamente come prima, se non di più. Si tratta di migliorarsi, di approfondire, di cercare nuove risposte a nuove domande. Si tratta di crescere e diventare adulti. Non si tratta di “fare gli studenti” o “fare i professionisti”, ma di essere studenti, di essere professionisti.

Non si tratta di cucinare a più non posso per riempire la cucina di piatti che si farà anche fatica a mangiare. Si tratta di sperimentare con interesse, di cimentarsi, di chiederci cosa ci piace e cosa piace a chi vive con noi, o magari cosa piace a tutte quelle persone che riabbracceremo non appena potremo, per essere pronti a condividere con loro il piacere di qualcosa cucinato insieme. E se non sarà perfetto non sarà importante.

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Non si tratta di fare ginnastica tutti i giorni perché non si ha nulla da fare, si tratta di prendersi cura di sé stessi e del proprio corpo, anche se può essere faticoso, perché sarà quella fatica a dare valore al nostro traguardo, qualunque esso sia.

Non si tratta di giocare a carte per non pensare e tenere allenata la mente, si tratta di riscoprire un rapporto con le persone che abbiamo in casa, e con cui magari ci farà piacere continuare giocare anche quando avremo la possibilità di uscire, perché in quel gioco può esserci condivisione e complicità.

Non si tratta di videochiamare tutta la rubrica per riempire un vuoto. Si tratta di prenderci cura degli altri e di noi stessi. Di tutti coloro che fino a ieri riempivano le nostre giornate con il loro affetto, di tutti coloro con i quali il tempo ci sembrava infinito ed invece oggi ci appare così prezioso. Si tratta di poter essere ancora amici, amanti, fratelli, figli, genitori, nipoti, anche senza potersi guardare negli occhi, senza potersi abbracciare, senza potersi baciare.

Si tratta di cogliere la fondamentale differenza che c’è fra riempire il tempo e renderlo pieno. E se non vogliamo che questo virus ci porti via anche la parte più profonda ed affettiva, abbiamo il dovere di cogliere questa differenza, di rendere pieno il nostro tempo, i nostri rapporti, la nostra vita. Soprattutto ora che comprendiamo quanto il tempo sia un dono.

Si tratta di ricordare.

Oggi più che mai, in un momento in cui ci sembra di essere soli, in un momento che ci fa confrontare con tutte le nostre debolezze, abbiamo il dovere verso noi stessi e verso i nostri affetti di ricordare. E non come rimpianto, come rammarico, come mancanza, ma come spinta per fare di più, per ricominciare, per non perderci fra le paure che si appostano lì e non ci fanno dormire. Perché se è vero che molti dei nostri affetti sono lì fuori, è anche vero che sono tutti qui dentro, con noi, e che ci sarà sempre qualcuno dall’altra parte della cornetta pronto a rimetterci sui binari ogni volta che ci perdiamo, anche se adesso non può abbracciarci. Perché l’ha fatto sempre. E perché ci ama.

 

FIORE

Buon compleanno Viola e Fiore

Oggi voglio raccontarvi una storia, la storia di come nasce un sogno, di come si alimenta, di come si trasforma, di come piano piano prende forma e si realizza. Oggi vi racconto la storia di Viola e Fiore. È da un po’ di mesi che queste pagine virtuali non si animano più, e chiediamo scusa a tutti coloro che ci hanno seguito e sostenuto sempre. Chiediamo scusa per questa battuta di arresto, ma voglio dirvi che però le nostre vite, le nostre anime, le nostre parole, non hanno mai smesso di cercare un modo di venire fuori, non hanno mai trovato pace, perché le parole sono così, irrequiete, improvvise, violente, anche quando amano. Quelle di oggi, per l’appunto, sono parole d’amore. Sono parole d’amore perché esattamente due anni fa, il 20 settembre del 2017, sono nate Viola e Fiore.

Viola e Fiore è lo pseudonimo, perché così ci piaceva pensarci, di due amiche, appassionate di scrittura, di libri, di musica, di tutto ciò che è espressione artistica. Appassionate di viaggi, di novità, di persone, di storie.

Viola e Fiore erano compagne di scuola. Si sono riconosciute sin da subito, senza saperlo, ma come gran parte delle amicizie adolescenziali, anche la loro ha subito degli alti e bassi. Dopo il liceo hanno consolidato sempre di più quel rapporto profondo e oggi sono, anche da lontano, una delle colonne portanti, delle certezze indissolubili, l’una della vita dell’altra. Sono la luce verde che Gatsby vede ogni sera dalla finestra. Così distanti in tante cose, eppure così profondamente vicine.

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Oltre a condividere l’amore hanno sempre condiviso qualcosa di più. Custodivano dentro di loro quel desiderio di esprimersi, di raccontare il loro punto di vista sul mondo, di mettere nero su bianco tutte quelle parole che frullavano loro in testa. E come si fa? In un caldo pomeriggio d’estate romana, davanti a un gelato, hanno capito che il modo migliore per farlo, era farlo insieme. E così a settembre, alla fine degli esami di Fiore, dopo una cena fatta in casa, hanno detto “facciamolo”. E lì è nato il sito, poi il logo, una sorta di piano editoriale, delle date di uscita, delle interviste, dei programmi, dei desideri che prendevano forma.

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Poi Fiore si è laureata, Viola ha iniziato a lavorare e le loro vite hanno iniziato a cambiare piano piano davanti  ai loro occhi, senza che avessero la possibilità di capirlo davvero, mentre di giovedì in giovedì si incontravano davanti ad una puntata di x-factor e una tisana per fare la riunione settimanale. I giovedì liberi a disposizione iniziavano a diventare sempre di meno, e la vita scorreva senza che riuscissero a capire fino in fondo cosa stesse succedendo. Anche Fiore ha iniziato a lavorare e Viola si è trasferita a Milano e i giovedì hanno smesso di essere quell’appuntamento fisso e speciale in cui coltivare sogni e raccontarsi a vicenda.

Non ha smesso mai però la passione e il desiderio di comunicare qualcosa che fosse nostro, non ha smesso mai la nostra consapevolezza di essere le nostre scrittrici preferite. Gli articoli sono diventati sempre di meno, ma le cose che abbiamo da dire, le cose che abbiamo visto, sono sempre di più.

Sono Fiore e sto scrivendo senza che Viola lo sappia. Di solito ce lo comunichiamo sempre quando scriviamo, ci scambiamo idee, punti di vista, “leggilo anche tu prima che lo pubblico”. Oggi però non l’ho fatto e spero che non me ne voglia. È il mio regalo del nostro compleanno per lei: la possibilità di ricominciare a scrivere di noi anche da lontano, di ritrovare quel tempo, dentro di noi, da dedicare a tutto ciò che abbiamo sempre amato fare. Oggi ricominciamo, parlo al plurale perché so che è d’accordo con me. Oggi ricominciamo a raccontare il mondo un po’ come ci viene, a raccontare le storie che vediamo, perché se c’è una cosa che ho capito è che amo raccontare storie. Storie di possibilità, di passione, di crescita, di cambiamento, ma anche di dolore, perché è anche quello che ci fa diventare adulti. E tutto ciò si trova in un libro, in un film, in una canzone, in fondo ad una tazza di tè, negli occhi di chi sta ai bordi delle strade. Stiamo tornando perché questo spazio è lo spazio più libero e nostro che abbiamo. Non è virtuosismo, non è vanità, quella che spinge uno scrittore a pubblicare qualcosa, a farlo leggere a tanti occhi. È l’irrefrenabile forza della parole, il desiderio di condivisione, di espressione di se stessi. Scrivere è essere, è identità, e condividere ciò che si scrive è presentarsi al mondo, è dire “eccomi”.

Non avremo la penna della Rowling, ma la sua possibilità di crescere e credere nei propri desideri sì.

Eccoci.

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Buon compleanno Viola e Fiore, mille di queste parole.

FIORE 

Sulle tracce di Sebastian Knight, il primo romanzo americano di V.

Quanta differenza può fare scrivere in una lingua che non sia la propria lingua madre?

Forse questa è una domanda che dovrei porre a Vladimir Nabokov, e molto probabilmente lui stesso mi direbbe di cercarne la risposta in La vera vita di Sebastian Knight, il suo primo libro scritto completamente in lingua inglese – composto nel 1938 durante gli anni parigini, vide la luce nel 1941 sotto il nome dell’Americana New Direction. 

La vera vita di Sebastian Knight è un libro breve che pare scritto per colmare gli spazi vuoti della memoria di ognuno di noi.

La vicenda ruota attorno al viaggio di V.; giovane uomo, acerbo scrittore, e goffo ed improvvisato investigatore che si mette sulle tracce della “vera vita” di suo fratello Sebastian, brillante romanziere venuto a mancare presto,  la cui memoria è infangata dalla poco edificante biografia di tale Mr Goodman. 

Sebastian – originario della bianca e silenziosa Pietroburgo, ma allevato in Inghilterra – è l’oggetto ossessivo della ricerca di V., che ripercorrerà le tappe più significative della vita del fratello tentando di orientarsi tra una moltitudine di voci e volti che proporranno ogni volta un’immagine uguale e contraria di un uomo che lui stesso non ha mai davvero conosciuto.

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V. tenta maldestramente di unire i puntini interrogando vecchi compagni studi, collaboratori, amici conoscenti, amori e in ultimo, ma non per ultime, le pagine dei libri di Sebastian.

Guidato da un affetto e una stima che al lettore pare quasi inspiegabile – considerato il rapporto tra i due, fatto di incontri sporadici e apparentemente superficiali- V. collezionerà una serie infinita di vicoli ciechi da cui fare marcia indietro.

Un numero imprecisato di false partenze che lo condurranno alla tragica quanto ironica conclusione che nessuno è mai davvero conoscibile, e che l’unica immagine che ci è concesso riconoscere è quella costruita dai nostri ricordi e dal riflesso di noi stessi negli altri.

Tanto che V. stesso arriverà a dire:

“ Io sono Sebastian, o Sebastian è me, o forse siamo tutti e due qualcuno che n’è l’uno, n’è l’altro conosce.”

Un romanzo che forse non è un romanzo. Una caccia all’uomo che racchiude in se tanti, forse troppi, cenni alla “vera vita” della penna che l’ha scritto: L’ emigrazione, un grande amore, e sopra a tutto un destino legato a filo doppio alle parole, che rendono sottili i confini e superflua qualsiasi spiegazione. 

Una “non storia” porosa, che assorbe e tiene ancorati lasciando al lettore tanti interrogativi quanti sono i volti di Sebastian Knight.

Inevitabilmente si accende il fuoco pallido del dubbio che ci fa domandare quale sia la nostra vera vita, cosa si dirà di noi quando non ci saremo più, e in quale lingua saremo raccontati.

Tutto racchiuso nell’inesorabile verità per cui esiste un solo vero numero a cui tutti apparteniamo: l’uno.

Viola

OGGI IL MONDO PIANGE NOTRE DAME

Io non sono mai stata a Parigi, non ho ricordi legati a questa città, i miei occhi non hanno mai ammirato la meraviglia e la maestosità di quella cattedrale, ma anche io, ieri, guardando le immagini di Notre Dame che bruciava, ho provato una profonda tristezza.

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Oggi il mondo piange Notre Dame, e non c’entra niente la nazionalità o la politica.

Oggi il mondo piange Notre Dame perché Notre Dame era storia. E che cosa sono gli esseri umani senza la loro storia? Forse oggi possiamo comprendere ancor di più la bellezza e l’importanza dei monumenti. I monumenti ci raccontano la fatica di braccia che li hanno costruiti, di menti che li hanno progettati. I monumenti ci raccontano le storie delle città, e le città sono fatte di uomini, e gli uomini siamo tutti noi. I monumenti ci raccontano da dove veniamo, ed è solo sapendo da dove veniamo che possiamo scegliere dove andare.

Oggi il mondo piange Notre Dame perché Notre Dame era arte. E che cosa sono gli esseri umani senza l’arte? Arte intesa come vita, come la massima libera espressione di sé stessi. Pensiamo ad un mondo senza musica, senza poesia, senza parole, senza sculture, senza chiese, senza dipinti. Non sarebbe umano, e dove non c’è l’umano c’è la razzia, la guerra, il male. E il mondo ce lo mostra bene, ogni giorno.

Oggi il mondo piange Notre Dame perchè Notre Dame era sogno. Era una Parigi romantica, era l’amore.

Oggi il mondo piange Notre Dame perché Notre Dame era cultura. Era un romanzo, era musica, era una storia tormentata, una gitana a piedi scalzi e libera, un innamorato malinconico e triste.

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Oggi il mondo piange Notre Dame perché fa paura l’impotenza, fa paura la fiamma, fa paura la piccolezza dell’uomo, che a volte si sente invincibile, e poi si ritrova inerme, ma spesso è solo dalla paura che si trova il coraggio, è solo dalle ceneri che si risorge fenici.

Oggi il mondo piange Notre Dame e perde una parte di storia, di arte, di vita.

Quello che credo sia importante non perdere però, è il desiderio di crederci ancora, di credere nella bellezza delle cose. Che la bellezza delle cose è fatta dalle persone, e le persone siamo noi, che custodiamo bene negli occhi la meraviglia. E la meraviglia, come la bellezza, se resta dentro, si diffonde come luce, e ne porta altra…e non brucia mai.

E allora non smettiamo mai di coltivare la bellezza e di guardare il mondo con meraviglia, perché è solo così che, contro ogni fuoco, ogni ingiustizia,  ogni dolore, Notre Dame, e tutto ciò che significa, ci sarà sempre.

-FIORE