Il vero regalo è il Natale, tutti i giorni

È arrivato il Natale, e quest’anno è un po’ diverso, è insolito, saremo lontani dai nostri affetti, eppure il nostro affetto non si allontana mai da noi. Vive in noi ogni giorno, ogni momento.

È difficile immaginare di non poter fare le grandi tavolate degli scorsi anni, non potersi comunque abbracciare, stare attenti a mantenere le distanze quando ci si incontra per scambiarsi gli auguri o i regali, ma è una cosa necessaria.

Oggi però non voglio parlare di queste difficoltà, o meglio, voglio soffermarmi sulla nostra possibilità di vincerle, di ricercare dentro di noi il nostro vero Natale, perché se ce l’abbiamo davvero, può essere Natale anche con tre persone, può essere Natale anche senza scambiarsi i regali il 24, può essere Natale anche a distanza.

Perché credo che la distanza materiale che questa situazione ci impone, non possa e non debba fermare la vicinanza interna che abbiamo con i nostri affetti. Sembra una frase banale, sembra semplice a dirsi, ma è profondamente vero.

Saremo in grado di festeggiare il Natale davvero quando ne riconosceremo il significato più profondo, quando capiremo che il Natale è la nascita di tutti noi, e non sto parlando di religione, parlo di vita.

Ogni giorno può e deve essere Natale. E come si fa?

Si fa con sacrificio, con impegno, con la lotta che ogni nascita per definizione richiede. Il Natale è uno stato d’animo diceva qualcuno. Ed è vero.

A Natale si festeggia l’affetto, la realizzazione, l’amore in ogni forma. Si dice sempre che a Natale si è tutti più buoni. Io non credo sia così. A Natale questa bontà, questo senso di affetto, famiglia, amore, torna in maniera più prepotente, spalanca le porte, e indubbiamente non ci lascia indifferenti.

È questo che auguro a tutti per Natale, di non essere indifferenti ai propri affetti, di custodirli sempre, perché custodendo loro, i nostri sentimenti, custodiamo la parte più profonda di noi, quella che può e deve costantemente continuare ad amare, a crescere, ad alimentarsi.

Manteniamo accesa quella fiamma di desiderio che arde dentro ognuno di noi, anche quando sembra affievolita, anche quando ci fa paura mostrarla, quando ci fa paura e crediamo che qualcuno possa spegnerla. Facciamola bruciare invece.

Nutriamo i nostri rapporti con il nostro modo, che essendo nostro non potrà che essere quello giusto. Anche se saranno delle feste con poche persone, cerchiamo di godercele quelle poche persone, cuciniamo per loro, vestiamoci a festa, non abbiamo paura di ricordare che oggi è Natale.

Telefoniamo ai nostri affetti più lontani, e ricordiamogli che anche se non possiamo incontrarci li amiamo comunque, ed è Natale lo stesso. Facciamo dei regali, con quello che possiamo, senza dover ricercare necessariamente il regalo più bello o più costoso, cercando il regalo giusto. Ed il regalo giusto non lo decide nessuno se non noi, noi che sappiamo cosa piace all’altra persona, noi che la conosciamo, e se ci fidiamo del nostro sentire, sarà il più bel regalo del mondo. Perché in realtà, il vero regalo sono gli occhi felici e stupiti delle persone che li scartano quei regali; il vero regalo sono le persone.

Il vero regalo è essere consapevoli di poter amare, di poter festeggiare il Natale nonostante le distanze, nonostante le difficoltà, nonostante non si è riusciti a fare tutti i regali in tempo, nonostante non si è riusciti a fare i regali, nonostante si sia in pochi a tavola. Il vero regalo è il Natale, è il nostro Natale, e possiamo regalarcelo solo noi. Tutti i giorni.

Che sia un buon Natale per tutti, davvero.

FIORE

I mostri e il coraggio dei bambini, non solo ad Halloween

Con l’avvicinarsi della notte più spaventosa dell’anno, Halloween, oggi voglio parlare di mostri.

Ma non di quelli che hanno segni sul volto o lenzuoli bianchi a coprirli, no. Voglio parlare dei mostri che ognuno di noi vive ogni giorno.

Sono dei mostri silenziosi, che si annidano nella nostra testa, subdoli, e non ci fanno dormire, e non ci fanno sperare.

I nostri mostri sono le nostre più grandi paure, le nostre insicurezze, la nostra indecisione. I nostri mostri sono i nostri freni, sono tutte quelle volte che per paura di sbagliare, di non essere all’altezza, di non realizzare davvero qualcosa, abbiamo rinunciato ancor prima di cominciare.

I nostri mostri si annidano sulle nostre spalle quando crediamo di non essere corrisposti, quando allontaniamo gli altri per paura di essere allontanati.

I nostri mostri siamo anche noi quando ci priviamo delle possibilità, quando abbassiamo le tapparelle per non far entrare la luce, quando non rispondiamo a una telefonata di chi ci vuole bene, quando non ascoltiamo, quando non ci facciamo ascoltare.

I nostri mostri siamo noi e questo fa paura.

Fa paura perché è molto più semplice cercare i responsabili della nostra sofferenza fuori di noi ed è molto più difficile invece scoprire che siamo proprio noi che ci limitiamo, che non concediamo agli altri e a noi stessi la nostra parte più bella. Siamo noi che ci mettiamo dei limiti, delle scuse.

E questo succede perché abbiamo paura, paura di sbagliare, di non capire, di fare un passo falso, di essere delusi, perché già tante volte ci è successo.

Io credo che la paura non sia una colpa. È una colpa però non lottare, farsi andare bene le cose perché tanto non c’è possibilità di cambiarle, lasciare il nostro mostro lì, sotto al letto, silente e non andare mai a cacciarlo. Io invece credo che il mostro vada guardato negli occhi.

C’è una canzone dei Pinguini Tattici Nucleari “La storia infinita” che dice

E siamo solo mostri

con una grande paura

di trovare un bambino sotto al letto.

Forse è proprio vero, forse sotto al letto non c’è un mostro, ma un bambino, forse i mostri siamo noi, quando non diamo libero sfogo alla nostra parte bambina. E con bambina non intendo infantile, intendo creativa, pronta ad accogliere le novità, ad imparare, a mettersi in gioco, a sbagliare, a crescere, a sbucciarsi le ginocchia, piangere, rialzarsi e continuare a giocare.

Credo che sia questo quello che ci siamo dimenticati. Che quando si cade ci si può rialzare. Che le ferite si rimarginano, anche se bruciano, e che ci insegnano a camminare. Certamente cadremo ancora, ma non più nello stesso modo, non più nello stesso posto. Quella caduta, quel dolore, fa parte della nostra storia, ed è fondamentale per andare avanti e non commetterlo più. Ciò non vuol dire che non potremmo commetterne di altri, ma saranno sempre nuovi, sempre diversi.

Credo che sia questo il modo per combattere davvero i nostri mostri. Credo che sia così che si fa, trovando la forza dei bambini di rialzarsi dopo una caduta, perché ciò che davvero dovrebbe farci paura, non è cadere, ma smettere di provare a correre.

FIORE

Harry Potter: la vera magia esiste anche qui, e si chiama amore

Potrei parlare a lungo delle travagliate avventure che mi legano alla saga di Harry Potter – di cui ho infatti già scritto – , ma mi limiterò a raccontare un aneddoto che mi ha colpito e che è rimasto impresso nella mia memoria.

Qualche anno fa avevo deciso di dedicarmi alla lettura di tutti i libri della saga – non avendolo fatto prima –  scegliendo però di leggere solo le versioni con la traduzione originale. È stata un’impresa ardua trovare tutti i 7 libri, ma girando per mercatini e librerie dedicate, ho raggiunto il mio scopo.

Un sabato pomeriggio di novembre stavo cercando Harry Potter e il Principe Mezzosangue e, con mia grande sorpresa, mi viene detto dalla commessa del mercatino dell’usato che gli era stato portato proprio quel giorno. “Bene” penso io. Mi porge il libro ed io, emozionata, inizio a sfogliare le prime pagine. Girando la copertina, sulla prima pagina bianca, ho trovato una dedica scritta a penna, datata dieci anni prima, che recitava così:

“A ***, luce dei miei occhi, per ricordarle tutte le volte che leggerà Harry Potter che la vera magia esiste anche qui, e si chiama amore.

Ti amo.

***”

(non scrivo i nomi perché già ad averlo letto e scritto mi è sembrato di aver invaso uno spazio troppo intimo e privato per essere letto da terzi, ma credo che meriti di essere condiviso).

Sono rimasta spiazzata. Come prima cosa dal fatto che qualcuno potesse aver venduto un libro con una così bella dedica, come seconda cosa, dal fatto che quel libro fosse finito fra le mie mani in quel momento.

Io non ci credo molto al destino, anzi per niente. Credo che lo facciamo noi il destino, e che il caso sia una conseguenza di tante scelte messe insieme. Credo quindi che avesse proprio un senso che io quel giorno mi trovassi lì e che quel libro fosse disponibile e che fosse per me.

“La vera magia esiste anche qui”, dice un innamorato, “e si chiama amore”. Io non credo alle favole che dicono che il principe azzurro arriva e ti salva, che ci sia qualcosa di idilliaco e perfetto che ti fa stare insieme per sempre. Credo che ci si salvi insieme, che si cammini insieme, che si lotti insieme.

Credo che i problemi non si risolvano per magia, che non c’è nessuna bacchetta magica che sistema le cose al nostro posto se non siamo noi a volerlo fare, se non siamo noi che portiamo il nostro cambiamento nel rapporto.

Credo che però la magia sia la spinta per fare tutto ciò.

violaefiore-amore-magia-harrypotter-blog-love-writing

Credo che la magia sia quella sensazione che si prova quando si guarda qualcuno negli occhi e ci si riconosce, credo che sia quando ci si capisce senza parlare, in tutte le lingue del mondo. Credo siano le famose farfalle nello stomaco, che più si cerca di spiegarle e meno ci si riesce.

Non credo che la magia risolva i problemi, credo che la magia ci renda vivi, e che nessun Voldemort, nessuna delusione, sarà mai in grado di sconfiggerla, se lottiamo per mantenerla viva.

Non dico che sia semplice, ma credo che sia l’unico modo per continuare a sentire, a provare qualcosa che non si spiega a parole, perché altrimenti ci sarà sempre qualcosa che non va, qualcuno che non ci guarda come vorremmo, qualcuno che avrebbe dovuto agire. Ci sembrerà sempre di essere sbagliati o che gli altri lo siano, ci sembrerà che non ci sia mai quello giusto per noi, che è una bugia, che queste cose succedono sono agli altri.

Bhe, io credo invece che per far succedere l’amore, per far succedere la magia, bisogna crederci, ma crederci per davvero, credere nella nostra possibilità di amare ed essere amati, perché quella non ce la può togliere nessuno, come ci insegna il nostro innamorato anonimo di oggi.

Ed anche se la sua magia, chissà per quali disparati motivi, è finita in un mercatino dell’usato, io sono sicura che quei due giovani fan di Harry Potter – mi piace pensarli così – l’abbiano provata davvero…e comunque tutta quella magia non è andata perduta, perché la custodisco ancora io nella mia libreria, quindi credo che valga la pena crederci.

FIORE

Amare, crescere e ricordare ai tempi del coronavirus

Ho riflettuto molto su quello che ci sta succedendo, perché è inevitabile. Perché colpisce tutti. E non è solo la questione pratica ciò che ci annienta, non è lo stravolgimento dell’economia, della quotidianità, non è solo l’impossibilità di uscire che più ci fa paura. Certo, sono difficoltà importanti e reali, ma vorrei guardare più in profondità, perché è lì che si trova la difficoltà più grande.

Non si tratta solo di riorganizzare una routine, di vedere serie tv, di leggere libri, di lavorare da casa per chi ne ha l’opportunità, di studiare, di cucinare e sperimentare ricette nuove, di fare attività fisica attrezzandosi come meglio si può, di giocare a carte, di videochiamare tutti gli amici che abbiamo in rubrica.

Si tratta di come facciamo tutte queste cose.

Si tratta di vedere una serie tv o di leggere un libro per interrogarci, per capire di che cosa ci parla, perché ci parla sempre di noi. Si tratta di quella sensazione di pienezza che ti rimane addosso quando passano i titoli di coda o giriamo l’ultima pagina di un libro. Si tratta di ascoltarla, e non di passare immediatamente all’attività successiva, perdendoci.

Non si tratta di lavorare o di studiare da casa solo perché abbiamo un computer ed abbiamo la possibilità di farlo. Si tratta di mettere lo stesso impegno in quello che facciamo esattamente come prima, se non di più. Si tratta di migliorarsi, di approfondire, di cercare nuove risposte a nuove domande. Si tratta di crescere e diventare adulti. Non si tratta di “fare gli studenti” o “fare i professionisti”, ma di essere studenti, di essere professionisti.

Non si tratta di cucinare a più non posso per riempire la cucina di piatti che si farà anche fatica a mangiare. Si tratta di sperimentare con interesse, di cimentarsi, di chiederci cosa ci piace e cosa piace a chi vive con noi, o magari cosa piace a tutte quelle persone che riabbracceremo non appena potremo, per essere pronti a condividere con loro il piacere di qualcosa cucinato insieme. E se non sarà perfetto non sarà importante.

amore-binari-covid-violaefiore

Non si tratta di fare ginnastica tutti i giorni perché non si ha nulla da fare, si tratta di prendersi cura di sé stessi e del proprio corpo, anche se può essere faticoso, perché sarà quella fatica a dare valore al nostro traguardo, qualunque esso sia.

Non si tratta di giocare a carte per non pensare e tenere allenata la mente, si tratta di riscoprire un rapporto con le persone che abbiamo in casa, e con cui magari ci farà piacere continuare giocare anche quando avremo la possibilità di uscire, perché in quel gioco può esserci condivisione e complicità.

Non si tratta di videochiamare tutta la rubrica per riempire un vuoto. Si tratta di prenderci cura degli altri e di noi stessi. Di tutti coloro che fino a ieri riempivano le nostre giornate con il loro affetto, di tutti coloro con i quali il tempo ci sembrava infinito ed invece oggi ci appare così prezioso. Si tratta di poter essere ancora amici, amanti, fratelli, figli, genitori, nipoti, anche senza potersi guardare negli occhi, senza potersi abbracciare, senza potersi baciare.

Si tratta di cogliere la fondamentale differenza che c’è fra riempire il tempo e renderlo pieno. E se non vogliamo che questo virus ci porti via anche la parte più profonda ed affettiva, abbiamo il dovere di cogliere questa differenza, di rendere pieno il nostro tempo, i nostri rapporti, la nostra vita. Soprattutto ora che comprendiamo quanto il tempo sia un dono.

Si tratta di ricordare.

Oggi più che mai, in un momento in cui ci sembra di essere soli, in un momento che ci fa confrontare con tutte le nostre debolezze, abbiamo il dovere verso noi stessi e verso i nostri affetti di ricordare. E non come rimpianto, come rammarico, come mancanza, ma come spinta per fare di più, per ricominciare, per non perderci fra le paure che si appostano lì e non ci fanno dormire. Perché se è vero che molti dei nostri affetti sono lì fuori, è anche vero che sono tutti qui dentro, con noi, e che ci sarà sempre qualcuno dall’altra parte della cornetta pronto a rimetterci sui binari ogni volta che ci perdiamo, anche se adesso non può abbracciarci. Perché l’ha fatto sempre. E perché ci ama.

 

FIORE

Buon compleanno Viola e Fiore

Oggi voglio raccontarvi una storia, la storia di come nasce un sogno, di come si alimenta, di come si trasforma, di come piano piano prende forma e si realizza. Oggi vi racconto la storia di Viola e Fiore. È da un po’ di mesi che queste pagine virtuali non si animano più, e chiediamo scusa a tutti coloro che ci hanno seguito e sostenuto sempre. Chiediamo scusa per questa battuta di arresto, ma voglio dirvi che però le nostre vite, le nostre anime, le nostre parole, non hanno mai smesso di cercare un modo di venire fuori, non hanno mai trovato pace, perché le parole sono così, irrequiete, improvvise, violente, anche quando amano. Quelle di oggi, per l’appunto, sono parole d’amore. Sono parole d’amore perché esattamente due anni fa, il 20 settembre del 2017, sono nate Viola e Fiore.

Viola e Fiore è lo pseudonimo, perché così ci piaceva pensarci, di due amiche, appassionate di scrittura, di libri, di musica, di tutto ciò che è espressione artistica. Appassionate di viaggi, di novità, di persone, di storie.

Viola e Fiore erano compagne di scuola. Si sono riconosciute sin da subito, senza saperlo, ma come gran parte delle amicizie adolescenziali, anche la loro ha subito degli alti e bassi. Dopo il liceo hanno consolidato sempre di più quel rapporto profondo e oggi sono, anche da lontano, una delle colonne portanti, delle certezze indissolubili, l’una della vita dell’altra. Sono la luce verde che Gatsby vede ogni sera dalla finestra. Così distanti in tante cose, eppure così profondamente vicine.

foto3-viola-e-fiore

Oltre a condividere l’amore hanno sempre condiviso qualcosa di più. Custodivano dentro di loro quel desiderio di esprimersi, di raccontare il loro punto di vista sul mondo, di mettere nero su bianco tutte quelle parole che frullavano loro in testa. E come si fa? In un caldo pomeriggio d’estate romana, davanti a un gelato, hanno capito che il modo migliore per farlo, era farlo insieme. E così a settembre, alla fine degli esami di Fiore, dopo una cena fatta in casa, hanno detto “facciamolo”. E lì è nato il sito, poi il logo, una sorta di piano editoriale, delle date di uscita, delle interviste, dei programmi, dei desideri che prendevano forma.

cropped-viola.jpg

Poi Fiore si è laureata, Viola ha iniziato a lavorare e le loro vite hanno iniziato a cambiare piano piano davanti  ai loro occhi, senza che avessero la possibilità di capirlo davvero, mentre di giovedì in giovedì si incontravano davanti ad una puntata di x-factor e una tisana per fare la riunione settimanale. I giovedì liberi a disposizione iniziavano a diventare sempre di meno, e la vita scorreva senza che riuscissero a capire fino in fondo cosa stesse succedendo. Anche Fiore ha iniziato a lavorare e Viola si è trasferita a Milano e i giovedì hanno smesso di essere quell’appuntamento fisso e speciale in cui coltivare sogni e raccontarsi a vicenda.

Non ha smesso mai però la passione e il desiderio di comunicare qualcosa che fosse nostro, non ha smesso mai la nostra consapevolezza di essere le nostre scrittrici preferite. Gli articoli sono diventati sempre di meno, ma le cose che abbiamo da dire, le cose che abbiamo visto, sono sempre di più.

Sono Fiore e sto scrivendo senza che Viola lo sappia. Di solito ce lo comunichiamo sempre quando scriviamo, ci scambiamo idee, punti di vista, “leggilo anche tu prima che lo pubblico”. Oggi però non l’ho fatto e spero che non me ne voglia. È il mio regalo del nostro compleanno per lei: la possibilità di ricominciare a scrivere di noi anche da lontano, di ritrovare quel tempo, dentro di noi, da dedicare a tutto ciò che abbiamo sempre amato fare. Oggi ricominciamo, parlo al plurale perché so che è d’accordo con me. Oggi ricominciamo a raccontare il mondo un po’ come ci viene, a raccontare le storie che vediamo, perché se c’è una cosa che ho capito è che amo raccontare storie. Storie di possibilità, di passione, di crescita, di cambiamento, ma anche di dolore, perché è anche quello che ci fa diventare adulti. E tutto ciò si trova in un libro, in un film, in una canzone, in fondo ad una tazza di tè, negli occhi di chi sta ai bordi delle strade. Stiamo tornando perché questo spazio è lo spazio più libero e nostro che abbiamo. Non è virtuosismo, non è vanità, quella che spinge uno scrittore a pubblicare qualcosa, a farlo leggere a tanti occhi. È l’irrefrenabile forza della parole, il desiderio di condivisione, di espressione di se stessi. Scrivere è essere, è identità, e condividere ciò che si scrive è presentarsi al mondo, è dire “eccomi”.

Non avremo la penna della Rowling, ma la sua possibilità di crescere e credere nei propri desideri sì.

Eccoci.

buon natale due

Buon compleanno Viola e Fiore, mille di queste parole.

FIORE 

Sulle tracce di Sebastian Knight, il primo romanzo americano di V.

Quanta differenza può fare scrivere in una lingua che non sia la propria lingua madre?

Forse questa è una domanda che dovrei porre a Vladimir Nabokov, e molto probabilmente lui stesso mi direbbe di cercarne la risposta in La vera vita di Sebastian Knight, il suo primo libro scritto completamente in lingua inglese – composto nel 1938 durante gli anni parigini, vide la luce nel 1941 sotto il nome dell’Americana New Direction. 

La vera vita di Sebastian Knight è un libro breve che pare scritto per colmare gli spazi vuoti della memoria di ognuno di noi.

La vicenda ruota attorno al viaggio di V.; giovane uomo, acerbo scrittore, e goffo ed improvvisato investigatore che si mette sulle tracce della “vera vita” di suo fratello Sebastian, brillante romanziere venuto a mancare presto,  la cui memoria è infangata dalla poco edificante biografia di tale Mr Goodman. 

Sebastian – originario della bianca e silenziosa Pietroburgo, ma allevato in Inghilterra – è l’oggetto ossessivo della ricerca di V., che ripercorrerà le tappe più significative della vita del fratello tentando di orientarsi tra una moltitudine di voci e volti che proporranno ogni volta un’immagine uguale e contraria di un uomo che lui stesso non ha mai davvero conosciuto.

Schermata 2019-05-10 alle 12.58.35

V. tenta maldestramente di unire i puntini interrogando vecchi compagni studi, collaboratori, amici conoscenti, amori e in ultimo, ma non per ultime, le pagine dei libri di Sebastian.

Guidato da un affetto e una stima che al lettore pare quasi inspiegabile – considerato il rapporto tra i due, fatto di incontri sporadici e apparentemente superficiali- V. collezionerà una serie infinita di vicoli ciechi da cui fare marcia indietro.

Un numero imprecisato di false partenze che lo condurranno alla tragica quanto ironica conclusione che nessuno è mai davvero conoscibile, e che l’unica immagine che ci è concesso riconoscere è quella costruita dai nostri ricordi e dal riflesso di noi stessi negli altri.

Tanto che V. stesso arriverà a dire:

“ Io sono Sebastian, o Sebastian è me, o forse siamo tutti e due qualcuno che n’è l’uno, n’è l’altro conosce.”

Un romanzo che forse non è un romanzo. Una caccia all’uomo che racchiude in se tanti, forse troppi, cenni alla “vera vita” della penna che l’ha scritto: L’ emigrazione, un grande amore, e sopra a tutto un destino legato a filo doppio alle parole, che rendono sottili i confini e superflua qualsiasi spiegazione. 

Una “non storia” porosa, che assorbe e tiene ancorati lasciando al lettore tanti interrogativi quanti sono i volti di Sebastian Knight.

Inevitabilmente si accende il fuoco pallido del dubbio che ci fa domandare quale sia la nostra vera vita, cosa si dirà di noi quando non ci saremo più, e in quale lingua saremo raccontati.

Tutto racchiuso nell’inesorabile verità per cui esiste un solo vero numero a cui tutti apparteniamo: l’uno.

Viola

OGGI IL MONDO PIANGE NOTRE DAME

Io non sono mai stata a Parigi, non ho ricordi legati a questa città, i miei occhi non hanno mai ammirato la meraviglia e la maestosità di quella cattedrale, ma anche io, ieri, guardando le immagini di Notre Dame che bruciava, ho provato una profonda tristezza.

notredameincendioparigiviolaefiore

Oggi il mondo piange Notre Dame, e non c’entra niente la nazionalità o la politica.

Oggi il mondo piange Notre Dame perché Notre Dame era storia. E che cosa sono gli esseri umani senza la loro storia? Forse oggi possiamo comprendere ancor di più la bellezza e l’importanza dei monumenti. I monumenti ci raccontano la fatica di braccia che li hanno costruiti, di menti che li hanno progettati. I monumenti ci raccontano le storie delle città, e le città sono fatte di uomini, e gli uomini siamo tutti noi. I monumenti ci raccontano da dove veniamo, ed è solo sapendo da dove veniamo che possiamo scegliere dove andare.

Oggi il mondo piange Notre Dame perché Notre Dame era arte. E che cosa sono gli esseri umani senza l’arte? Arte intesa come vita, come la massima libera espressione di sé stessi. Pensiamo ad un mondo senza musica, senza poesia, senza parole, senza sculture, senza chiese, senza dipinti. Non sarebbe umano, e dove non c’è l’umano c’è la razzia, la guerra, il male. E il mondo ce lo mostra bene, ogni giorno.

Oggi il mondo piange Notre Dame perchè Notre Dame era sogno. Era una Parigi romantica, era l’amore.

Oggi il mondo piange Notre Dame perché Notre Dame era cultura. Era un romanzo, era musica, era una storia tormentata, una gitana a piedi scalzi e libera, un innamorato malinconico e triste.

ilgobbodinotredameoggiilmondopiangenotredameviolaefiore

Oggi il mondo piange Notre Dame perché fa paura l’impotenza, fa paura la fiamma, fa paura la piccolezza dell’uomo, che a volte si sente invincibile, e poi si ritrova inerme, ma spesso è solo dalla paura che si trova il coraggio, è solo dalle ceneri che si risorge fenici.

Oggi il mondo piange Notre Dame e perde una parte di storia, di arte, di vita.

Quello che credo sia importante non perdere però, è il desiderio di crederci ancora, di credere nella bellezza delle cose. Che la bellezza delle cose è fatta dalle persone, e le persone siamo noi, che custodiamo bene negli occhi la meraviglia. E la meraviglia, come la bellezza, se resta dentro, si diffonde come luce, e ne porta altra…e non brucia mai.

E allora non smettiamo mai di coltivare la bellezza e di guardare il mondo con meraviglia, perché è solo così che, contro ogni fuoco, ogni ingiustizia,  ogni dolore, Notre Dame, e tutto ciò che significa, ci sarà sempre.

-FIORE

Un adorabile cliché: parole d’amore a San Valentino

Oggi inaspettatamente mi trovo ad alimentare questa marea di articoli, post e immagini che invadono internet il giorno di San Valentino. Dico inaspettatamente perché non mi sarei mai aspettata di cadere in quel cliché di ragazza sdolcinata e romantica che scrive cose dolci il giorno della festa degli innamorati…e invece a volte non c’è niente di più giusto dei cliché. Se c’è una cosa in cui credo e in cui ho sempre creduto è che le parole e l’amore muovano il mondo…quindi cosa c’è di meglio di un po’ di parole d’amore?

Negli ultimi tempi ho notato come sia paradossale il fatto che siamo circondati d’amore e spesso neanche ce ne accorgiamo. Siamo troppo impegnati a credere che non esista, che l’ultima volta è andata male e non ci sarà nessuno in grado di amarci come chi ci ha amato prima. Oppure siamo rimasti talmente delusi e scottati che non ci prendiamo il rischio di crederci ancora, perché poi potrebbe fare male. Quando arriva però, l’amore, mica ti avverte, mica lo puoi controllare. Non lo sai, non te lo aspetti, giri l’angolo ed è lì, che tu fai pure un po’ di fatica a riconoscerlo. Poi però lo guardi bene, e capisci che è lui, perché vedi te.

amoresanvalentinoviolaefiorecoppiafarfalle

Perché l’amore non lo gestisci, non lo freni, arriva come una scossa, e ti fulmina e tu lo capisci subito che sei esattamente dove vorresti essere con chi vorresti essere. L’amore è quando ti tremano le gambe e non perché fa freddo, sono mani che si incastrano perfettamente, è fare la spesa insieme, è stare con i piedi per terra e la testa sulla luna, è fare tardi per tutto il resto ma essere in tempo con te stesso. L’amore sono soprannomi buffi, parole improbabili e sussurri all’orecchio. L’amore sono due occhi profondi che non smetteresti mai di guardarci dentro, e ogni volta che ci guardi ci vedi te stesso. L’amore è ridere insieme, di un film, di un amico, dei propri difetti. L’amore è non avere fame, è non avere sonno, è tornare a casa saltellando. È condividere il silenzio e non avere bisogno di parole, che a volte le parole sono superflue, che a volte la bocca dice una cosa ma gli occhi e il cuore ne dicono un’altra…e l’amore è anche quello, saper riconoscere che cosa dicono gli occhi dell’altro, anche quando ha paura. L’amore è avere coraggio per tutti e due. L’amore è fare un passo indietro per dare spazio, per poi capire che quel passo indietro è un passo avanti.

Prima di poter vivere questo però, è necessario ed indispensabile più di tutto, fare quella cosa che si dice sempre: amare sé stessi. Sembra facile detta così, che ci vuole? Ci vuole fatica e coraggio per riconoscere i propri desideri, per realizzarli, per concedersi la meraviglia ogni giorno, per non lasciarsi abbattere dalle delusioni, che inevitabilmente ci sono, ma trarre il buono da ogni cosa e portarlo con sé. E se non è facile amare noi stessi come pensiamo di poter davvero amare qualcun altro? Perché l’amore non è essere due metà di un intero, ma due interi che si riconoscono e si scelgono.

amoresanvalentinoviolaefioreragazzafarfallacuore

Dunque, per quel poco che ne so, credo che sia questo l’amore, quando qualcuno ti riconosce, ti sceglie, si accorge che sei pronto, e ti mostra la magia, ti ci fa credere davvero. Ti mostra la bellezza che non riuscivi a vedere e che per lui è nitida, ti tiene per mano, ti guarda e ti vede, si vede. La parte più difficile viene se poi quel qualcuno quella magia un po’ la scorda, la perde. È la parte più dolorosa, che a volte ci fa mettere in dubbio tutto, che ci fa chiedere se fosse vero, che ci fa pensare che non sia giusto. È lì che non dobbiamo mai, mai, dimenticare. Perché se ci togliamo quel ricordo, se ci togliamo quei momenti, se perdiamo quei sorrisi, se perdiamo quegli occhi che ci facevano sentire bellissimi come non ci siamo sentiti mai, perdiamo anche le nostre possibilità di amare ed essere amati ancora, e crediamo che siano rimaste lì, in quel rapporto…e invece dobbiamo portarle con noi.

Ed eccolo qui il tanto chiacchierato “amore per noi stessi”, quando nonostante ci dispiaccia, nonostante il dolore, nonostante la fatica, noi ricordiamo tutto e continuiamo a sentirci bellissimi, in grado di amare e di essere amati…perché oramai lo sappiamo, perché un giorno qualcuno ci ha fatto vedere che è vero, che possiamo farlo…ed aveva ragione.

FIORE

Viola va in città

Nascere e crescere in un luogo a cui sai di non appartenere può essere due cose: una condanna o un motore potente. Per me è stato entrambi. Da ragazzina mi dimenavo cercando di affermarmi tramite ribellioni sciocche. Da piccola donna  ho colto la prima palla utile per andarmene via. 

La verità è che non so dire cosa ne sarebbe stato di me se fossi nata in qualsiasi altro angolo del mondo, in un angolo che trovassi felice. Se Roma non mi avesse  solleticato le piante dei piedi così ostinatamente da farmi aumentare il passo fino all’ombra delle Due Torri di Bologna, ai canali di San Pietroburgo, alle avenues senza fine di  New York…

e oggi Milano.

Proprio così, qualora vi stesse chiedendo che fine avessi fatto: ero impegnata a fare scatole e valigie.

Sono venuta a Milano un weekend di luglio, mi sono fatta un giro col sole e ho pensato
“ bella, mi trasferisco”. 

Mi piacerebbe che dietro ci fosse una storia avvincente su come io mi sia mossa per fare la scrittrice, o mi sia innamorata di qualcuno che pronuncia solo ed esclusivamente vocali chiuse; ma la realtà dei fatti è che ancora una volta mi sono fatta trascinare dalla mia pancia… e si, anche da un bel lavoro. 

Come scrissi già una volta, non qui e non ora, credo fermamente che la vita abbia il suo modo di realizzare i nostri desideri: a 13 anni tenevo un diario in comune con la mia amica del cuore, nella nostra immaginazione saremmo state due donne di successo e avremmo vissuto insieme in un attico a Manhattan. Beh oggi, febbraio 2019, siamo due donne con un sacco di progetti e viviamo insieme in un appartamento. 

Non sarà un attico a Manhattan, ma comunque…

In quest’ultima settimana ho vissuto in un frullatore:  sospesa tra il ciglio dell’ ignoto e la fiducia che mi è stata data da chi ha pensato che io fossi “ un lago placido a vederlo, la cui profondità non si  può misurare.” 

Ecco, non lo so. E’che questo inizio mi sembra più definitivo di altri… e anche per una come me, abituata a cercare il cambiamento, ad abbracciarlo e a goderne come se fosse una clausola imprescindibile per respirare – fa paura. 

Di nuovo mi culla la malinconia – l’unico sentimento davvero capace di restituirmi un’immagine coerente di me stessa: quella con il cappotto verde, che scrive veloce, che si lega i capelli usando le penne, e che mette in ordine per colore le bustine di zucchero ai tavoli dei bar.

In questa Milano che ancora non conosco, che non è grigia come mi aspettavo, che mi ha fatto tornare l’insonnia e che mi sta tentando di convincere a tutti i costi che i cornetti si chiamino brioche; io ci sono venuta senza scappare da nient’altro, ci sono venuta carica di positività ed energia: con una valigia di cose a vita alta e maglioni della nonna, che non saranno fashion week, ma chi se ne frega. 

Credo che le promesse più preziose siano quelle che facciamo a noi stessi: io sono salita su un treno con in testa il mantra di riprendermi il mio spazio e fare cose belle.

All’ultimo colloquio che ho fatto mi hanno chiesto che titolo darei alla mia vita- domanda per cui ho avuto (per una volta) una risposta senza esitare: “ The art of blooming” 

“L’arte di fiorire”

Una cosa di cui non si può fare meno, una cosa che non si impara: rinascere.

Per quanto riguarda la distanza tra me e Fiore…l’amore viaggia veloce.

Stay tuned 

Viola

“Figlia del mondo, con miliardi di fratelli.”

Ho viaggiato sola, ho scoperto, ho chiesto, ho fatto di necessità virtù. Ho capito che le persone possono essere una scoperta continua, che le culture degli altri sono un dono che può arricchirti, e non una barriera. Ho imparato che si può comunicare anche senza conoscere bene la lingua degli altri e che a volte si comunica di più senza parlare.
Ho condiviso la stanza con sconosciute, ho mangiato cibo diverso e bevuto caffè un po’ annacquato, e va benissimo così.
Ho conosciuto ragazzi provenienti da tante parti d’Europa, che per 9 giorni sono stati una famiglia, sono stati il mio “Enjoy your meal”, che mi prendevano in giro per la mia pronuncia, che “what is coatta?”, che mi hanno fatto tanto ridere, che hanno avuto più febbre loro in tre giorni che io in una vita.
Ieri, alla fine di questo meraviglioso viaggio, ci hanno chiesto come torniamo a casa. Io torno a casa felice e grata.

Grazie a SOS Europa e alle persone che ne fanno parte, per avermi permesso di fare questa esperienza ed aver visto in me la possibilità di crescere scoprendo cosa c’è al di là della paura.
Grazie a tutti coloro che hanno tanto lavorato a questo progetto, giorno e notte, per renderlo reale, per renderlo ciò che è stato: arricchente, pieno, bello.
Grazie all’UE che permette ai giovani di incontrarsi, di costruire qualcosa insieme, di scambiare, di essere parte di un tutto.
Grazie ad ogni singola persona che ho incontrato lì, a Galati, città della Romania..perché da ognuno ho imparato qualcosa.
Sono grata per i miei occhi, per quello che hanno visto, per quello che ancora vedranno. Grata per i sorrisi, per le parole nuove che ho imparato, per quelle che scriverò, per le storie, per la magia.
Stamattina, nostalgica e un po’ triste, ho aperto la porta da cui decine di volte ho fatto avanti e indietro questi giorni e ho visto questo, e ho capito che era un bel modo per andare.

violaefiorefiorevainromania
So guys, interessiamoci al mondo, a chi è diverso da noi, a chi non mangia come noi, a chi non pensa come noi, a chi non parla come noi, e forse capiremo sempre più, che prima di essere di qualsiasi cittadinanza, siamo tutti figli del mondo.
Io è così che torno casa: figlia del mondo, con miliardi di fratelli.

FIORE