Amare, crescere e ricordare ai tempi del coronavirus

Ho riflettuto molto su quello che ci sta succedendo, perché è inevitabile. Perché colpisce tutti. E non è solo la questione pratica ciò che ci annienta, non è lo stravolgimento dell’economia, della quotidianità, non è solo l’impossibilità di uscire che più ci fa paura. Certo, sono difficoltà importanti e reali, ma vorrei guardare più in profondità, perché è lì che si trova la difficoltà più grande.

Non si tratta solo di riorganizzare una routine, di vedere serie tv, di leggere libri, di lavorare da casa per chi ne ha l’opportunità, di studiare, di cucinare e sperimentare ricette nuove, di fare attività fisica attrezzandosi come meglio si può, di giocare a carte, di videochiamare tutti gli amici che abbiamo in rubrica.

Si tratta di come facciamo tutte queste cose.

Si tratta di vedere una serie tv o di leggere un libro per interrogarci, per capire di che cosa ci parla, perché ci parla sempre di noi. Si tratta di quella sensazione di pienezza che ti rimane addosso quando passano i titoli di coda o giriamo l’ultima pagina di un libro. Si tratta di ascoltarla, e non di passare immediatamente all’attività successiva, perdendoci.

Non si tratta di lavorare o di studiare da casa solo perché abbiamo un computer ed abbiamo la possibilità di farlo. Si tratta di mettere lo stesso impegno in quello che facciamo esattamente come prima, se non di più. Si tratta di migliorarsi, di approfondire, di cercare nuove risposte a nuove domande. Si tratta di crescere e diventare adulti. Non si tratta di “fare gli studenti” o “fare i professionisti”, ma di essere studenti, di essere professionisti.

Non si tratta di cucinare a più non posso per riempire la cucina di piatti che si farà anche fatica a mangiare. Si tratta di sperimentare con interesse, di cimentarsi, di chiederci cosa ci piace e cosa piace a chi vive con noi, o magari cosa piace a tutte quelle persone che riabbracceremo non appena potremo, per essere pronti a condividere con loro il piacere di qualcosa cucinato insieme. E se non sarà perfetto non sarà importante.

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Non si tratta di fare ginnastica tutti i giorni perché non si ha nulla da fare, si tratta di prendersi cura di sé stessi e del proprio corpo, anche se può essere faticoso, perché sarà quella fatica a dare valore al nostro traguardo, qualunque esso sia.

Non si tratta di giocare a carte per non pensare e tenere allenata la mente, si tratta di riscoprire un rapporto con le persone che abbiamo in casa, e con cui magari ci farà piacere continuare giocare anche quando avremo la possibilità di uscire, perché in quel gioco può esserci condivisione e complicità.

Non si tratta di videochiamare tutta la rubrica per riempire un vuoto. Si tratta di prenderci cura degli altri e di noi stessi. Di tutti coloro che fino a ieri riempivano le nostre giornate con il loro affetto, di tutti coloro con i quali il tempo ci sembrava infinito ed invece oggi ci appare così prezioso. Si tratta di poter essere ancora amici, amanti, fratelli, figli, genitori, nipoti, anche senza potersi guardare negli occhi, senza potersi abbracciare, senza potersi baciare.

Si tratta di cogliere la fondamentale differenza che c’è fra riempire il tempo e renderlo pieno. E se non vogliamo che questo virus ci porti via anche la parte più profonda ed affettiva, abbiamo il dovere di cogliere questa differenza, di rendere pieno il nostro tempo, i nostri rapporti, la nostra vita. Soprattutto ora che comprendiamo quanto il tempo sia un dono.

Si tratta di ricordare.

Oggi più che mai, in un momento in cui ci sembra di essere soli, in un momento che ci fa confrontare con tutte le nostre debolezze, abbiamo il dovere verso noi stessi e verso i nostri affetti di ricordare. E non come rimpianto, come rammarico, come mancanza, ma come spinta per fare di più, per ricominciare, per non perderci fra le paure che si appostano lì e non ci fanno dormire. Perché se è vero che molti dei nostri affetti sono lì fuori, è anche vero che sono tutti qui dentro, con noi, e che ci sarà sempre qualcuno dall’altra parte della cornetta pronto a rimetterci sui binari ogni volta che ci perdiamo, anche se adesso non può abbracciarci. Perché l’ha fatto sempre. E perché ci ama.

 

FIORE

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