Viola va in città

Nascere e crescere in un luogo a cui sai di non appartenere può essere due cose: una condanna o un motore potente. Per me è stato entrambi. Da ragazzina mi dimenavo cercando di affermarmi tramite ribellioni sciocche. Da piccola donna  ho colto la prima palla utile per andarmene via. 

La verità è che non so dire cosa ne sarebbe stato di me se fossi nata in qualsiasi altro angolo del mondo, in un angolo che trovassi felice. Se Roma non mi avesse  solleticato le piante dei piedi così ostinatamente da farmi aumentare il passo fino all’ombra delle Due Torri di Bologna, ai canali di San Pietroburgo, alle avenues senza fine di  New York…

e oggi Milano.

Proprio così, qualora vi stesse chiedendo che fine avessi fatto: ero impegnata a fare scatole e valigie.

Sono venuta a Milano un weekend di luglio, mi sono fatta un giro col sole e ho pensato
“ bella, mi trasferisco”. 

Mi piacerebbe che dietro ci fosse una storia avvincente su come io mi sia mossa per fare la scrittrice, o mi sia innamorata di qualcuno che pronuncia solo ed esclusivamente vocali chiuse; ma la realtà dei fatti è che ancora una volta mi sono fatta trascinare dalla mia pancia… e si, anche da un bel lavoro. 

Come scrissi già una volta, non qui e non ora, credo fermamente che la vita abbia il suo modo di realizzare i nostri desideri: a 13 anni tenevo un diario in comune con la mia amica del cuore, nella nostra immaginazione saremmo state due donne di successo e avremmo vissuto insieme in un attico a Manhattan. Beh oggi, febbraio 2019, siamo due donne con un sacco di progetti e viviamo insieme in un appartamento. 

Non sarà un attico a Manhattan, ma comunque…

In quest’ultima settimana ho vissuto in un frullatore:  sospesa tra il ciglio dell’ ignoto e la fiducia che mi è stata data da chi ha pensato che io fossi “ un lago placido a vederlo, la cui profondità non si  può misurare.” 

Ecco, non lo so. E’che questo inizio mi sembra più definitivo di altri… e anche per una come me, abituata a cercare il cambiamento, ad abbracciarlo e a goderne come se fosse una clausola imprescindibile per respirare – fa paura. 

Di nuovo mi culla la malinconia – l’unico sentimento davvero capace di restituirmi un’immagine coerente di me stessa: quella con il cappotto verde, che scrive veloce, che si lega i capelli usando le penne, e che mette in ordine per colore le bustine di zucchero ai tavoli dei bar.

In questa Milano che ancora non conosco, che non è grigia come mi aspettavo, che mi ha fatto tornare l’insonnia e che mi sta tentando di convincere a tutti i costi che i cornetti si chiamino brioche; io ci sono venuta senza scappare da nient’altro, ci sono venuta carica di positività ed energia: con una valigia di cose a vita alta e maglioni della nonna, che non saranno fashion week, ma chi se ne frega. 

Credo che le promesse più preziose siano quelle che facciamo a noi stessi: io sono salita su un treno con in testa il mantra di riprendermi il mio spazio e fare cose belle.

All’ultimo colloquio che ho fatto mi hanno chiesto che titolo darei alla mia vita- domanda per cui ho avuto (per una volta) una risposta senza esitare: “ The art of blooming” 

“L’arte di fiorire”

Una cosa di cui non si può fare meno, una cosa che non si impara: rinascere.

Per quanto riguarda la distanza tra me e Fiore…l’amore viaggia veloce.

Stay tuned 

Viola

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