Il foglio bianco

Mia nipote ha cinque giorni di vita. La prima volta che l’ho vista sbracciava dentro una scatola trasparente ed io, che vorrei tanto vivere in una bolla, un po’ l’ho invidiata. Lei non sa che esiste il mondo e infatti dorme serena. Quando la osservo mi viene in mente un foglio bianco, che poi è anche l’immagine su cui mi concentro tutte le volte in cui non voglio pensare a nulla. Penso anche alle prime volte, quelle che ho consumato io e tutte quelle che attendono lei.
Provo a mettermi nella sua pelle sottile, a immaginare il suo stupore quando il velo che le copre le pupille si sarà dissolto e subito mi attanaglia un grande non so che.

allora torno a pensare al foglio bianco…

Il foglio bianco mi dà conforto – anche se in qualità di aspirante scrittrice dovrei temerlo. Chi mi legge lo sa: non importa che le cose siano difficili, mi basta che siano possibili.

E cosa grida “possibilità” più di un foglio bianco?

Certo non è piacevole fissare il puntatore che lampeggia, ma il vero problema è svestirsi degli artifici, abbandonare le zavorre, dimenticare l’ansia da prestazione. Quel bisogno spasmodico di arricchire e infiocchettare mentre scriviamo e usiamo paroloni per paura di non sembrare abbastanza intelligenti o ricchi di significato.

È un meccanismo bastardo che attanaglia pure me, quando butto giù un’idea che mi sembrava geniale e poi mi ritrovo a chiedermi “che cazzo ho scritto”.

D’altronde l’ho detto… è la perseveranza che fa lo scrittore.

Mi domando quanto valgano i consigli che si trovano in giro “fai una scaletta”, “scrivi tutto ciò che ti viene in mente”, “poniti domande sulla tua storia” etc etc.

Se volete la mia: uscite a farvi una passeggiata.

Anche se piove…soprattutto quando piove.

A tal proposito mi è venuto in mente un pezzo che scrissi per il journal della scuola di scrittura per cui ho lavorato:

“[…] The ghost of the time passing quickly, it was now real.
New York has been in my mind since Kevin McCallister got lost in Home Alone 2, but there wasn’t any suite at Plaza hotel in my wishes.
When I was a child I wanted to be a writer and live in a penthouse without the kitchen.
Now I’m in New York and I work in a writing school; in the place where I live my room is on the top floor and there is no kitchen available to guests use.
I love to think that life has its own ways to make your dreams come true.
I was thinking about it, while I was seated on a bench in the middle of a small park where I’ve never been before.
The water in the fountain was making the air wet and I could feel my hair become frizzy; the City was quiet in an unrealistic way.
I put on my headphones and I started walking directionless.
Maybe not all those who wander are lost…”

Non so come abbia fatto un articolo sul blocco dello scrittore a diventare un flusso di coscienza sul senso di possibilità eppure è così…

scelgo di non correggerlo, di non riscriverlo.

Non credo nelle  storie da non raccontare, solo nelle armi segrete.

-VIOLA

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