La letteratura è una cosa da uomini?

In occasione del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, avevo in mente di pubblicare un post.

Avevo già tracciato l’outline di quello che avrei voluto scrivere, selezionando alcune tra le donne che nella mia modesta vita sono state e sono tra le più influenti.
Véra Nabokov, Sylvia Plath, Natalia Ginzburg, Colette

Il caso mi ha messo nella condizione di dover procrastinare. Procrastinare mi ha dato l’occasione di osservare. Osservare mi ha dato l’occasione di pensare. Pensare mi ha dato l’occasione di discutere.

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Nello specifico mi sono trovata davanti ad una cioccolata calda a discuterne con il mio uomo preferito.
Ovviamente non eravamo d’accordo su nulla, ma noi non lo siamo mai perché lui vive nel mondo reale mentre io fin troppo spesso lo fuggo.

La sua analisi, che ingaggiava il discorso del femminismo dal punto di vista sociale e di classe, è arrivata a me e io l’ho filtrata secondo il mio solito sentire.

Ho iniziato a guardare le cose della mia vita, il mio campo, i miei interessi e mi sono trovata di fronte ad un dilemma. La letteratura è un esercizio maschile?

Non mi è mai capitato di sentire di una scrittrice la cui pubblicazione sia stata impedita dal fatto di avere una vagina, ma è anche vero che a JK Rowling fu consigliato di pubblicare il suo libro – un successo da 450 milioni di copie- sotto uno pseudonimo ambiguo per dare l’impressione che fosse opera di un uomo.

Se a parlare dovesse essere solo l’olimpo dei nomi dei grandi della letteratura potrei dormire tranquilla: Virginia Woolf, Jane Austen, le sorelle Bronte, Emily Dickinson, Mary Shelley, Elsa Morante, Isabelle Allende e tante altre ancora… ma se diamo un’occhiata a quante di loro siano state effettivamente premiate per i loro meriti in competizioni rilevanti (es: Premio Nobel, Premio Strega) i risultati sono tutt’altro che rincuoranti.

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La tradizione mi dice che gli scrittori non posso fare a meno di creare iconici personaggi femminili. Tutti meravigliosi, tutti complessi… centomila donne in cui mi sono rispecchiata almeno una volta.. forse finendo per sentirmi come qualcun altro voleva che io facessi?

Non voglio crederci.

Mi ferisce pensare che la differenza di genere brulichi anche sul fondo della nobile arte di imbrattare la carta.

Eppure persino davanti a fenomeni monumentali come Elena Ferrante pare si faccia fatica a prendere sul serio le donne che scrivono, come se non fossero davvero adatte a raccontare la vita.

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Un libro scritto da una donna va bene se fa vendere copie, ma quando c’è da stabilirne l’autorevolezza automaticamente sparisce. Appare invece un bavaglio invisibile, stretto dall’idea che i grandi libri siano una cosa da uomini e che  i lavori delle scrittrici siano da relegarsi ad una paginetta a fine capitolo di una qualsiasi antologia.   

Questo zoccolo duro – che condanna le scrittrici ad una vita di frustrazione dovuta al confronto obbligato con una produzione maschile fin troppo ingombrante – non tiene però conto di una cosa fondamentale: le donne che scrivono, scrivono per necessità.

Scrivono per capire se stesse, per scendere a patti con esperienze più grandi di loro (come la maternità); raggiungendo punti talmente profondi di consapevolezza, di cui nessun uomo avrà mai le coordinate.

E questo, per assurdo, è capace di rendere la produzione di qualsiasi scrittore maschio, incompleta. 

Quindi perché non tenere presente che carta e penna non conoscono un secondo sesso?

 

-VIOLA

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